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Rifugi antiaerei in Borgo San Paolo a Torino tra storia e presente

TORINO. “Quel 10 giugno 1940, alle cinque del pomeriggio, ero in fabbrica. Sentimmo suonare le sirene e venimmo radunati nel cortile. Dagli altoparlanti sentimmo la voce sonante di Mussolini, che dichiarava la guerra e le urla di giubilo delle persone radunate sotto al balcone di Piazza Venezia. Nel cortile della nostra fabbrica non si levò neppure una voce… Solo un gelido silenzio. Non volò neppure una mosca tra gli operai, mentre i pochi fascisti presenti ci guardavano con disprezzo”.

Queste testimonianze, raccolte nel volume “Ricordi quelle sere… in Piazza Sabotino”, USP, 2004, rispecchiano perfettamente lo stato d’animo dei torinesi che vissero in prima persona quelle ore tragiche, e che ben avevano previsto come le parole del duce non fossero che il preludio di tragedie di vasta portata per l’Italia e per il mondo.

Ben presto, le bombe anglo-americane caddero su Torino: Borgo San Paolo, in particolare, e gli altri quartieri a vocazione industriale, dove avevano sede tante fabbriche strategiche, furono subito colpiti in modo duro e violento.

Con i bombardamenti a tappeto sugli insediamenti industriali torinesi, purtroppo (la popolazione rimasta a Torino veniva sì preavvertita dal suono lacerante delle sirene che annunciavano il temibile avvicinarsi dei bombardieri, ma aveva appena il tempo − e non sempre − di cercar riparo nelle cantine e nei rifugi), purtroppo, dicevo, in tutta la città furono moltissimi i caduti estratti dalle macerie delle abitazioni civili o di pubblici edifici.

Tracce delle ferite inferte dalle bombe alle case private sono rimaste visibili qua e là fino alla fine del primo decennio degli Anni Duemila, tra gli edifici di diversi quartieri. Sui cordoli in pietra dei marciapiedi di molte vie di Borgo San Paolo, si scorgono ancora evidenti e profonde brecce o spaccature causate dalle schegge delle bombe. Su qualche portone, inoltre, si possono ancora leggere, per quanto sbiadite, le grandi “R” nere su fondo bianco, che identificavano l’esistenza di un Rifugio antiaereo negli scantinati di quell’edificio. Uno di questi simboli, ad esempio, è rimasto abbastanza visibile fino a pochi anni fa sul palazzo all’angolo tra Corso Racconigi e Corso Peschiera, dove c’è una tabaccheria.

Torino fu la prima città italiana ad essere colpita dai bombardamenti. Dal 12 giugno 1940 al 24 aprile 1945, la città subì circa 300 incursioni aeree: la più rovinosa fu sicuramente quella del 13 luglio 1943, che comportò 792 vittime e quasi mille feriti, ma durante la guerra furono molte le incursioni particolarmente violente.

Complessivamente, in tutto il periodo bellico, più di duemila velivoli hanno sganciato su Torino oltre 7000 bombe dirompenti e più di 300.000 ordigni incendiari. Bombe “nemiche” fino all’8 settembre del ’43; bombe cosiddette “amiche”, perché scaricate dagli Alleati, quelle che colpirono la città dall’8 settembre fino alla Liberazione. Ma i bombardamenti, comunque venissero definiti, furono ugualmente cruenti e devastanti per i torinesi.

I bombardamenti su Torino, tra il 1940 e il 1945, conobbero fasi diverse: dapprima furono effettuati dall’Aviazione inglese, e programmati dal Bomber Command Britannico. Dopo il 1942, si fecero più intensi e devastanti, con l’impiego in massa di bombardieri capaci di un maggior carico di bombe dirompenti che, esplodendo, creavano onde d’urto dall’effetto fortemente distruttivo, cui seguiva il lancio delle bombe incendiarie. Dalla fine del 1943, i bombardamenti vennero condotti prevalentemente dagli Americani, i cui quadrimotori era dotati di strumentazione molto efficace. Per essere più “chirurgiche” e mirate nel colpire gli insediamenti industriali, le bombe venivano sganciate soprattutto nelle ore diurne, ma i palazzi privati colpiti furono ugualmente molto numerosi, con tragiche conseguenze di distruzione e  morte per i civili residenti.

Ma come provavano a difendersi i torinesi dai bombardamenti? I primi rifugi di fortuna predisposti a difesa dei primi raid sembravano garantire ai cittadini un sistema protettivo soddisfacente: in molte cantine erano state realizzate strutture anticrollo, puntellando i soffitti. Il Comune, dal canto suo, aveva realizzato diversi Rifugi pubblici in cemento, che potevano ospitare centinaia di cittadini; quasi tutte le fabbriche, inoltre, avevano fatto in modo che durante i bombardamenti, le loro maestranze potessero trovare rifugio in appositi locali predisposti sotto gli stabilimenti, in modo da interrompere l’attività produttiva per il minor tempo possibile. Ma con il crescere dell’intensità della caduta delle bombe, e con l’acuirsi dell’offensiva degli Alleati, divenne necessario rivedere il sistema urbano dei Rifugi, con la costruzione di nuovi ambienti ipogeii, a maggior profondità, che potessero rivelarsi più sicuri per i cittadini. Questi nuovi Rifugi erano posizionati ad una profondità compresa tra gli 8 e i 16 metri, con muri perimetrali in cemento armato, fino ad un metro di spessore, tali da essere considerati “antibomba”. Tra il sedime stradale e il soffitto del rifugio, venivano creati strati sovrapposti di terreno in grado di frenare la penetrazione delle bombe e di impedirne il raggiungimento del sottostante rifugio.

In Borgo San Paolo, il Comune fece costruire ben cinque Rifugi pubblici “antibomba”, aventi tutti la stessa planimetria e conformazione, e capaci di accogliere 300 persone ciascuno. Chi volesse consultare i progetti, può rivolgersi all’Archivio Storico della Città di Torino, dove sono tuttora conservati.

Durante i recenti lavori di riqualificazione del viale di Corso Racconigi, tra Piazza Robilant e Piazza Marmolada, è tornato alla luce un accesso ad uno di questi rifugi, accesso posizionato tra Via Lussimpiccolo e Via Rivalta. Questo rifugio aveva la forma di una galleria, larga 1,75 metri, lunga 65 metri, e posizionata a quasi 13 metri di profondità dal piano stradale. Il ricovero antiaereo era dotato di servizi essenziali, vale a dire del minimo necessario che potesse servire a coloro che vi trovavano rifugio durante le ore di allarme: panche in legno lungo le pareti laterali, quattro latrine alla turca, due lavandini, un vano per i medicinali e gli attrezzi, un locale per la macchina per il riciclo dell’aria, con ventilatore a manovella (in caso di black out). Una scaletta in ferro (alla marinara), consentiva di raggiungere, in caso di necessità, l’uscita di sicurezza che portava al piano stradale. Il rifugio fu costruito dalla ditta F.lli Cena, che si aggiudicò l’appalto al prezzo di 650.000 Lire.

Sarebbe molto interessante che questo Rifugio venisse recuperato e reso visitabile, almeno in occasione di ricorrenze particolari, come accade tuttora per il Rifugio di Piazza Risorgimento e di altri rifugi esistenti in città. Entrarvi, è emozionante e fa rivivere quelle ore di ansia e di terrore vissute da migliaia di torinesi di quasi ottant’anni fa. Anche questa emozione può servire a non dimenticare la storia.

Fonti e Bibliografia:

“Ricordi quelle sere… in Piazza Sabotino, USP, 2004”; “Via Monginevro com’era”, Sergio Donna, Ël Torèt | Monginevro Cultura, 2010; ASTEC, Associazione per la Storia del Territorio nell’Età Contemporanea; “I rifugi antiaerei di Torino”, di Paolo Bevilacqua, Marzia Gallo, Francesco Marconi e altri Autori, Persiani Editore, 2018.                          

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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