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Piazza Statuto, quei severi palazzi costruiti per accogliere i Ministeri di Torino capitale

A meno di due anni dall’apertura del cantiere, la capitale fu trasferita a Firenze. Se ne ricavarono così degli appartamenti adibiti a civile abitazione, venduti all’asta dal Municipio a privati cittadini

Piazza Statuto in un’immagine di fine Ottocento

TORINO. Il Regno d’Italia era stato appena costituito, e molti Torinesi pensavano che Torino (per il determinante ruolo giocato dalla città nel Risorgimento, e per essere stata scelta dai Savoia – da ormai trecento anni – come storica e tradizionale sede della monarchia) sarebbe rimasta capitale di Stato per sempre, anche quando si sarebbe completato l’agognato progetto di unificazione del Paese, con l’annessione di Roma. Non andò così, come è ben noto, ma nel 1863 re Vittorio Emanuele II credeva ancora in quella idea, al punto di preoccuparsi di completare, anche dal punto urbanistico ed architettonico, l’immagine di una Torino degna del ruolo di capitale di una grande nazione europea, e al tempo stesso di dotarla di adeguati e aulici edifici, ove accogliere la sede delle istituzioni nazionali.

I quartieri attorno a Porta Susa erano ai margini della città, e quella che oggi chiamiamo piazza Statuto era un’area quasi periferica, con la ferrovia e la piccola originaria stazione di Porta Susa (poi spostata di fronte a via Cernaia) che faceva da barriera, tagliando fuori i sobborghi di San Donato e di Valdocco.

I giardini in una cartolina di fine Anni Quaranta

Secondo il progetto urbanistico, la piazza sarebbe stata dunque scelta per accogliere nuovi e austeri palazzi, in cui potessero trovare sede Ministeri, Consolati, Uffici Pubblici, ecc., ma anche eleganti appartamenti per ministri, funzionari di stato, diplomatici, ufficiali e dipendenti della macchina amministrativa. Il progetto di ridisegnare la piazza, in stile neoclassico, fu affidato all’architetto Giuseppe Bollati. Ma furono gli inglesi a vincere l’appalto: l’impresa edile appaltatrice della costruzione degli edifici di Piazza Statuto fu infatti la Italian Building Society Ltd. Company, con sede a Londra.

La piazza vista da via Garibaldi in una foto scattata nella prima metà del Novecento

I lavori iniziarono nel 1863, ma appena un anno dopo l’apertura del cantiere, venne segretamente firmata quella “Convenzione di Settembre” tra Italia e Francia che sanciva l’imminente trasferimento a Firenze dalla capitale: all’indomani della firma, quando l’accordo venne reso noto, i Torinesi si riversarono in massa in piazza San Carlo e piazza Castello per una pacifica protesta contro l’accordo segreto, ma furono presi a fucilate dalla polizia e dagli allievi carabinieri, che pensando di sedare sul nascere una presunta violenta ribellione di massa, spararono sulla folla, lasciando decine di morti e di feriti sul selciato.

Piazza Statuto colpita dalle bombe durante il secondo conflitto mondiale (fonte MAU)

Il cantiere venne così assunto direttamente dalla Città di Torino, che si fece carico dell’ultimazione dei lavori, che avvenne nel 1865, quando la nuova capitale del regno era ormai stata trasferita a Firenze: i palazzi, originariamente costruiti per accogliere la sede di organi dello stato, finirono all’asta, e aggiudicati in gran parte da famiglie private, borghesi, aristocratiche o benestanti (una di queste fu la famiglia Paravia). Parallelamente, gli uffici comunali di urbanistica decisero di dedicare la piazza dei… Ministeri mancati, appena completata, alla memoria dello Statuto concesso da re Carlo Alberto nel 1848. Da allora, la piazza divenne per tutti piazza Statuto.

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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