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Pernigotti, una storia ultrasecolare che si tinge d’azzurro

Novi Ligure resta la capitale di un importante distretto piemontese del cioccolato, con industrie di prestigio internazionale come la Novi e la Pernigotti, sinonimo di storie ultrasecolari di travolgenti successi, ma anche di joint venture commerciali dai risvolti non sempre felici

NOVI LIGURE. Se l’area metropolitana di Torino può essere considerata il polo per antonomasia del distretto piemontese dell’arte cioccolatiera, vantando molte storiche industrie e decine di atelier artigianali, diretti da maîtres chocolatiers di fama internazionale, cionondimeno esistono in Piemonte, disseminati qua e là, altri importanti e dinamici distretti dell’industria dolciaria e cioccolatiera. Fuori dal Torinese, li troviamo ad esempio nelle province di Cuneo (basti pensare alla Venchi di Castelletto Stura, alla Cuba di Cuneo, per non citare il colosso internazionale della Ferrero di Alba), e in provincia di Alessandria (come la Novi di Novi Ligure, ora inglobata nel gruppo Elah-Dufour), e la Pernigotti, anch’essa di Novi Ligure, azienda di cui sono note le recenti difficoltà di gestione e che, dopo una serie di passaggi di proprietà, ha vissuto delicati momenti di crisi, da cui sembra potere finalmente uscire definitivamente.

Certo, la globalizzazione ha cambiato il panorama industriale, sottoponendolo ad un’autentica rivoluzione strutturale, che ha reso indispensabile  − per le aziende che puntano a più vasti mercati  −  la ricerca di nuove partnership industriali, per fare squadra e garantirsi nuove opportunità di sviluppo e per consolidare affermazioni commerciali di respiro internazionale. Quando un’azienda, però, finisce per essere assorbita da partners che poco hanno a che fare con la tradizione di prodotti tipicamente locali, o se ciò venisse deciso per mere finalità speculative, con prospettive di trasferire in paesi lontani le linee produttive, allora si rischierebbe di perdere decine di posti di lavoro, e soprattutto di mettere a repentaglio il valore simbolico di un marchio, sinonimo di know-how, storia, qualità, specializzazione ed esperienza ultrasecolare radicata nel territorio.

Pernigotti è un produttore storico, un marchio nobile dell’industria piemontese del cioccolato, che non deve andare perduto. Era il 1860 (circa centosessanta anni fa: l’Italia non era ancora fatta), quando Stefano Pernigotti apriva in Novi Ligure (allora quasi ai confini orientali dello Stato Sardo), nella Piazza del Mercato, una drogheria per la vendita di droghe e coloniali, specializzandosi nella produzione di un torrone di alta qualità. Nel 1868, nasce la “Stefano Pernigotti & Figlio”, per la produzione di una più vasta gamma di prodotti dolciari. Nel 1882, re Umberto I concede il diritto di apporre lo stemma reale sulle confezioni dei prodotti Pernigotti. Nel 1927, la Pernigotti inizia la produzione industriale di giandujotti. Nel 1935, Paolo Pernigotti firma un accordo con la Sperlari di Cremona, noto produttore di torrone; nel 1936, inizia la produzione dei preparati per le gelaterie, linea destinata a diventare uno dei punti di forza dell’azienda.

La storia della Pernigotti è stata a lungo legata a doppio filo con quella della Streglio, storico marchio torinese, ora con sede a None (altro nobile distretto foraneo del cioccolato). Nel 1971, la Pernigotti acquista appunto la Streglio, specializzata nei prodotti a base di cacao. La Streglio è un’industria dolciaria famosa per i suoi giandujotti e cremini, per le praline di cioccolato, e per le gelatine alla frutta. La società venne costituita da Pietro Arturo Streglio nel 1924, proprio nell’anno in cui Riccardo Gualino fondava la Unica, a Torino, in via Caprie (non lontano da Piazza Bernini). Dopo la forzata interruzione dovuta agli eventi bellici, nel 1948 l’azienda riprende l’attività produttiva. Dopo la morte del fondatore, il 31 dicembre 1970, l’azienda passa più volte di mano: il primo acquirente fu appunto Stefano Pernigotti che la trasferisce a None (Via Sestriere, 116), piccolo comune del pinerolese, che vanta una lunga tradizione nel settore dolciario. Successivamente, Stefano Pernigotti la cede alla nipote Lorella Comi, che a sua volta la vende alla Parmalat.

Dopo il crack finanziario della Parmalat (2005), la Streglio viene ulteriormente ceduta alla famiglia Borsci, proprietaria dell’omonimo marchio, noto per il famoso Elisir San Marzano e per l’Amaro Borsci. Dopo un periodo altalenante di espansione e di crisi, nel 2010 la Streglio passa ancora di mano dal Gruppo tarantino all’imprenditore cuneese Livio Costamagna, che s’impone di dare un nuovo impulso allo storico marchio, e ne accresce l’organico aziendale fino a 110 dipendenti. Nel mese di ottobre 2012, Costamagna cede l’azienda a Franco Ghirardini: la nuova proprietà elabora un ambizioso progetto di rilancio del marchio e di apertura di nuovi punti di vendita, sia in Italia che all’estero. Ma il forte indebitamento aziendale accumulato (7,5 milioni di euro) pesa come una spada di Damocle sulla gestione. Il 18 marzo 2013, Ghirardini sembra sul punto di depositare i libri della Streglio al Tribunale di Pinerolo, ma poi in extremis rinuncia a questo drastico adempimento, nel tentativo di trovare una via di uscita meno traumatica e di salvare lo storico marchio. Nell’agosto 2013, per due milioni di euro, la Streglio passa a Luigi Stratta, imprenditore di Nichelino, titolare della New Cre, azienda che opera nel comparto dell’automotive (componenti per motori diesel).

Ma torniamo a noi: se l’azienda a suo tempo assorbita da Pernigotti sembra aver finalmente trovato una nuova vitalità, a partire dagli anni Ottanta del Novecento le vicende della Casa di Novi hanno invece vissuto periodi altalenanti di crescita e di rallentamenti, con frequenti cambi di mano, che non sempre hanno giovato all’attività aziendale. Nel 1981 Pernigotti cede agli americani della H.J.Heinz Company la Sperlari. Nel 1995 la Pernigotti viene ceduta alla famiglia Averna, che detiene l’azienda per tredici anni, prima di cederla nel 2008 al gruppo turco Toksoz, che nel novembre del 2018 decide di chiudere gli stabilimenti piemontesi e di trasferire parte della produzione in Turchia, dove già da alcuni anni venivano prodotte le creme di cioccolato spalmabili firmate Pernigotti.

Ora però si apre una prospettiva che fa ben sperare. Il gruppo Toksoz sembra aver trovato un’intesa con l’imprenditore romagnolo Giordano Emendadori, interessato al comparto dei prodotti per gelati, impegnandosi ad assumere quindici dipendenti. Il ramo cioccolatiero potrebbe invece passare invece alla “Spes Cioccolato”, cooperativa torinese che ha proposto ai turchi un progetto industriale molto interessante. La Spes si farebbe carico di un’ottantina di dipendenti, tra operai e impiegati.

Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio alla Pernigotti

Antonio di Donna, presidente della Spes afferma: “Il nostro impegno a Novi Ligure sarà decennale, ma dovrà essere supportato da un impegno economico, sia della Pernigotti, sia della Regione, che del Mise, Ministero per lo Sviluppo Economico”.

Il marchio Pernigotti resterà di proprietà della Toksoz, ma se davvero nomen è omen (Spes significa speranza) vogliamo credere di essere davvero pervenuti ad una svolta per lo storico marchio piemontese. Ma sarà fondamentale l’impegno e il supporto concreto di tutte le Istituzioni.

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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