Nati il 10 agosto: Camillo Benso conte di Cavour

Camillo Benso è uno dei torinesi più famosi di tutti i tempi. Il futuro primo ministro di Vittorio Emanuele II e grande artefice dell’Unità nazionale  nasce il 10 agosto 1810 a Torino, allora capoluogo d’un dipartimento dell’impero napoleonico. Secondogenito del marchese Michele e della ginevrina Adele di Sellon, Camillo Paolo Filippo Giulio Benzo, conte di Cavour, da giovane è ufficiale dell’esercito. Lascia nel 1831 la vita militare e per quattro anni viaggia in Europa, studiando particolarmente gli effetti della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, Francia e Svizzera e assumendo i princìpi economici, sociali e politici del sistema liberale britannico.

Appare sulla scena politica piemontese alla vigilia del ’48 come fondatore de Il Risorgimento, testata liberale e moderata. Eletto deputato nello stesso anno, nel primo parlamento del 1948, viene poi nominato ministro e infine, dal ’52 fino al ’59 è a capo del governo piemontese. Cavour capisce subito, grazie alle sue conoscenze, che nessuno stato debole o arretrato economicamente può decidere delle proprie sorti e che quindi sono necessarie delle riforme liberali. Ma non basta solo questo: oltre a ciò occorre imboccare decisamente la via dell’industrializzazione, già percorsa dalle grandi potenze europee e riguardo alla quale il Regno sabaudo è in netto ritardo.

Cavour fa costruire canali per l’irrigazione e favorisce le redditizie colture del riso, del grano, del vino, ritenendo a ragione che un’agricoltura ricca e moderna è alla base per lo sviluppo dell’industria.  Ma agevola anche il potenziamento delle industrie esistenti, soprattutto quella tessile, e stimola la creazione di nuove, come le acciaierie. Capendo che le industrie e il commercio hanno la necessità di nuove infrastrutture, dà un fortissimo impulso alla rete stradale e ferroviaria. Crea in pratica dal nulla la rete telegrafica, mentre il commercio viene favorito in ogni modo e la realizzazione di una vera marina mercantile fa rifiorire il porto di Genova.

Questa politica è possibile anche perché in Piemonte vi è un’antica tradizione di buona amministrazione pubblica. Il grande merito di Cavour quindi è quello di saper proporre una politica di riforme che possono contare ampiamente sull’appoggio della classe dirigente piemontese. Al piccolo Stato sabaudo manca ancora comunque una sufficiente presenza sulla scena politica internazionale; a questo scopo Cavour si adopera con grande abilità diplomatica. Cavour provvede a rinnovare il sistema fiscale, basandolo non solo sulle imposte indirette ma anche su quelle dirette, che colpiscono soprattutto i grandi redditi; provvede inoltre al potenziamento delle banche con l’istituzione di una “Banca Nazionale” per la concessione di prestiti ad interesse non molto elevato.

Il progressivo consolidamento politico, economico e militare, spinge Cavour verso un’audace politica estera, capace di far uscire il Piemonte dall’isolamento. In un primo momento egli non crede opportuno distaccarsi dal vecchio programma di Carlo Alberto tendente all’allontanamento dell’Austria dal Lombardo-Veneto e alla conseguente unificazione dell’Italia settentrionale sotto la monarchia sabauda, tuttavia in seguito avverte la possibilità di allargare in senso nazionale la sua politica, aderendo al programma unitario di Giuseppe Mazzini, sia pure su basi monarchiche e liberali. Il primo passo da fare era quello di imporre il problema italiano all’attenzione europea e a ciò Cavour mira con tutto il suo ingegno.

Un dipinto della Guerra di Crimea, cui partecipò l’esercito piemontese

Nel 1854 scoppia la guerra di Crimea: Francia e Inghilterra sono alleate della Turchia e combattono contro la Russia, che vuole espandersi nella penisola balcanica. Cavour coglie l’occasione e offre l’alleanza del suo Piemonte a Francia, Inghilterra e Turchia, inviando in Crimea un corpo d’armata. Due anni dopo, al Congresso di Parigi, viene firmata la pace, dove è presente anche il rappresentante dell’Austria. Cavour non chiede alcun compenso per la partecipazione alla guerra, ma ottiene che una seduta sia dedicata espressamente a discutere il problema italiano. Grazie a questo risultato  può sostenere pubblicamente che la repressione dei governi reazionari e la politica dell’Austria sono i veri responsabili dell’inquietudine rivoluzionaria che cova nella penisola e che potrebbe costituire una minaccia per i governi di tutta Europa. Il Piemonte ha l’occasione così di presentarsi come l’unica soluzione moderata possibile al problema dell’instabilità politica dell’Italia del tempo.

Il 21 luglio 1858 il “tessitore” (è questo il soprannome che gli era stato dato negli ambienti politici internazionali) incontra Napoleone III a Plombières dove vengono gettate le basi di un’alleanza contro l’Austria. Il trattato ufficiale stabilisce che la Francia interverrà a fianco del Piemonte, solo in caso di aggressione dell’Austria. In caso di vittoria si sarebbero formati in Italia quattro Stati riuniti in una sola confederazione posta sotto la presidenza onoraria del Papa ma dominata sostanzialmente dal Piemonte: uno nell’Italia settentrionale con l’annessione al regno di Sardegna del Lombardo-Veneto, dei ducati di Parma e Modena e della restante parte dell’Emilia; uno nell’Italia centrale, comprendente la Toscana, le Marche e l’Umbria; un terzo nell’Italia meridionale corrispondente al Regno delle Due Sicilie; un quarto, infine, formato dallo Stato Pontificio con Roma e dintorni. In compenso dell’aiuto prestato dalla Francia il Piemonte avrebbe ceduto a Napoleone III il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza. Appare evidente che un simile trattato non tiene assolutamente conto delle aspirazioni unitarie della maggior parte della popolazione italiana, esso mira unicamente ad eliminare il predominio austriaco dalla penisola.

La II guerra d’indipendenza permette l’acquisizione della Lombardia, ma l’estendersi del movimento democratico-nazionale suscita nei francesi il timore della creazione di uno Stato Italiano unitario troppo forte: l’armistizio di Villafranca provoca il temporaneo congelamento dei moti e la decisione di Cavour di allontanarsi dalla guida del governo. Ritornato alla presidenza del Consiglio Cavour riesce comunque ad utilizzare a proprio vantaggio la momentanea freddezza nei rapporti con la Francia, quando di fronte alla Spedizione dei Mille e alla liberazione dell’Italia meridionale può ordinare la contemporanea invasione dello Stato Pontificio. La sua abilità diplomatica nel mantenere il consenso delle potenze europee e la fedeltà di Giuseppe Garibaldi al motto “Italia e Vittorio Emanuele” portano così alla proclamazione del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861, giorno in cui Vittorio Emanuele II viene proclamato Re d’Italia. Cavour a questo punto si lancia in una grande opera diplomatica di accordo con il Papa, ma prima di poter arrivare alla conclusione delle trattative muore, probabilmente di malaria, nel palazzo di famiglia a Torino. E’ il 6 giugno 1861.

Danilo Tacchino

Danilo Tacchino

Nato a Genova, da sempre vive a Torino dove si è laureato in Lettere. Sociologo e giornalista pubblicista , ha sviluppato ricerche storiche nell’ambito della musica, dell’ufologia e dell’industria locale. Sin dagli Anni Ottanta ha realizzato diversi volumi su tradizioni e misteri locali della Liguria e del Piemonte. Appassionato anche di letteratura, è direttore artistico di alcune associazioni culturali torinesi.

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