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Modi di dire: perché i giocatori e i tifosi juventini sono chiamati “gobbi”

Fé Rigolèt (fare Rigoletto) o spòrze gheuba (porgere la gobba), in piemontese significa approfittare della cortesia, della generosità e del bon ton altrui senza contraccambiare mai i favori ricevuti, rispondendo anzi alle generosità fruite con comportamenti al limite della scorrettezza. Caté a gheuba (letteralmente, comperare a gobba) significa acquistare oggi promettendo di pagare (forse) domani. Spòrze gheuba vuol anche dire trarre vantaggio da una situazione paradossale, o anche imbarazzante, di chi ci sta vicino, per coglierne un esclusivo profitto personale, fregandocene le mani, e allontanandoci senza fare una piega, e voltando anzi la schiena (la gobba) al malcapitato.

Facciamo un esempio. Ti pagano da bere? Il Rigoletto di turno accetta volentieri, alza il calice e brinda con l’amico, ma si guarda bene di ricambiare il favore in un’occasione successiva, in cui invece  porge la gobba all’amico (a spòrz gheuba), facendo lo gnorri e addirittura defilandosi. Nel senso che gli volta proprio la schiena, e non ricambia mai il favore ricevuto. Fa cioè il furbetto, salta il turno quando dovrebbe essere lui ad offrire da bere, specula sul centesimo, approfitta di tutto e di tutti per portare del fieno alla sua cascina. Un comportamento, dunque, decisamente poco corretto, e ai più insopportabile.

Per estensione, i vecchi piemontesi usavano la locuzione, o se vogliamo, la metafora spòrze gheba, in qualsiasi contesto in cui si manifestava una situazione di disequilibrio comportamentale, talmente palese, da apparire come un difetto in mala fede. Il senso è simile a quello di un’altra espressione piemontese: Fé ‘l fòl për nen paghé la sal (far lo scemo per non pagare il sale, cioè il tributo), che calza a pennello per chi fa di tutto, anche spacciandosi per fesso, pur di non pagare il dovuto. Espressione che va molto bene anche per coloro che fanno spallucce di fronte ad una sfortunata e accidentale situazione in cui si è ritrovato un loro interlocutore: ma chi assiste alla scena se ne va, facendo finta di niente, e volta la schiena.

Il contesto poteva anche essere quello sportivo: come quando in una partita di calcio, vinta all’ultimo minuto per un rigore discutibile concesso dall’arbitro, i giocatori della squadra vincente, infischiandosi della beffa ricevuta dagli avversari, se la ridono e se la godono, porgendo la schiena (la gobba) ai perdenti, in segno di indifferenza e sberleffo.

Ecco come nasce, secondo alcuni piemontesisti, l’epiteto di gobbi con cui i torinisti, i tifosi viola e in genere tutti i tifosi non juventini definiscono i giocatori bianconeri. E così, per estensione, la Gheuba diventa tutta la squadra, cioè la Juventus. Toccare la gobba a un gobbo, secondo una credenza popolare, è oltretutto anche un gesto scaramantico, con il quale ci si assicura (attingendola dal serbatoio di energia della prominenza dorsale) una buona dose di fortuna, e così – nell’immaginario collettivo non juventino – tutta la compagine bianconera diventa il prototipo della squadra baciata oltre misura dalla buona sorte.

Ricordo che fino a tutti gli Anni Sessanta e Settanta, quando i derby Toro-Juve al Comunale venivano giocati alla pari, dagli spalti granata si levava di tanto in tanto un coro di sfottò che ai non piemontesi poteva apparire del tutto bonario, ma che invece era carico di significati scaramantici e intrinsecamente pregnanti. Quel coro faceva così: Gheubaaaa! Gheubaaa! Gheubaaa!, e gelava la tifoseria juventina sugli spalti della curva Filadelfia, che ne capiva benissimo il senso recondito. Questa è la versione etimologica più accreditata del termine Gheuba-Gobba, che  indicala squadra della Juventus, e dell’epiteto gheub-gobbi, che invece indica i suoi giocatori e i suoi tifosi, tesi alquanto verosimile e sostenuta soprattutto dai linguisti e dai glottologi piemontesi e non solo.

Sta di fatto che questi termini, italianizzandosi, si sono man mano diffusi in tutta Italia, e sono stati adottati da ogni tifoso di fede non bianconera, per definire rispettivamente la cosiddetta Vecchia Signora e i suoi sostenitori. I tifosi viola sostengono addirittura che Firenze e il suo circondario sia un’area totalmente “degobbizzata”. Non manca tuttavia chi sostiene altre radici etimologiche, più o meno di fantasia: secondo alcuni, la Vecchia Signora, proprio perché “vecchia” si sarebbe col tempo “ingobbita”.

Secondo altri, invece, i due termini risalgono a quando le prime casacche zebrate furono adottate dalla Juventus (era il 1903: prima di quella data, le maglie juventine erano rosate; dopo i primi lavaggi tendevano però a sbiadire moltissimo, diventando pressoché bianche, per cui gli studenti del Liceo Massimo d’Azeglio di Torino a un certo momento chiesero a un loro compagno inglese, che abitualmente trascorreva in patria le vacanze estive, di procurare loro una dotazione di maglie dai colori meno delebili: egli scelse quelle del Notts County, squadra della sua città, che erano appunto a strisce verticali bianche e nere). Le nuove casacche zebrate, essendo molto ampie, tendevano però a creare una protuberanza sulla schiena dei giocatori in corsa. Di qui sarebbe nato l’epiteto dei “gobbi”.

Secondo un’altra tesi, di genesi granata, i termini “gobba” e “gobbi” sarebbero invece nati negli anni in cui il Grande Torino dominava i campionati e i derby con la Juve, che era costretta a chiné ’l gheub (cioè a chinar la schiena) di fronte alla superiorità degli Invincibili. Fascino e mistero del pittoresco linguaggio sportivo.

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Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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