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Modi di dire piemontesi: gavesse la nata

Nel corso delle festività natalizie, e soprattutto a Capodanno, nel mondo sono state stappate milioni di bottiglie di spumante. Molte di queste, per nostra fortuna, erano bottiglie italiane: frizzante Freisa nostrana, dolce ed effervescente Moscato d’Asti, ma anche preziose bottiglie di vivace Prosecco, di Franciacorta, di Chardonnay, di Pinot altoatesino, e via dicendo. Milioni e milioni di tappi liberati in allegria, con innocenti botti e schiocchi, tra gioiosi frizzi e lazzi, e fiumi di debordanti schiumose bollicine, rovesciate nei calici alzati da altrettante braccia, per brindisi festosi, con auguri espressi in centinaia di lingue e dialetti.

Anche la lingua piemontese ha il suo tradizionale rituale e le sue tipiche formule augurali: nel momento topico di una festa, i commensali alzano i bicchieri colmi di spumante, e li uniscono idealmente al centro della tavola, allungando il braccio per farli tintinnare tra loro, con l’augurio corale dei “Bon pro” e dei “Cin cin” benaugurali di tutti gli invitati.

Occasioni speciali di momenti felici richiedono auguri speciali: e nelle occasioni particolari come queste, vale la pena di stappare un buon vino da festa: gavé la nata a ‘n bon vin da festa.

L’espressione “gavesse la nata” certamente ha a che fare con il gesto rituale con cui l’oste o il festeggiato, con il tirabosson, estrae il tappo di una bota stopa per dividerne il contenuto con gli amici; oppure (in questo caso senza tirabosson) richiama il gesto con cui si libera il collo di una bottiglia di spumante dall’involucro di protezione (la cosiddetta capsula), e si allenta (svitandola lentamente) la gabbietta di sicurezza di metallo che ne impediva la fuoruscita indesiderata, per far volare al soffitto come un razzo il tappo di sughero. Tradotta letteralmente in italiano, essa diventa “togliersi il tappo”. Se venisse usata così, nessuno però ne capirebbe il senso. In piemontese, invece, il senso c’è ed è assolutamente esplicito e univoco. “Gavesse la nata” significa togliersi uno sfizio, togliersi una soddisfazione, e l’espressione è tanto più efficace, quanto più quel desiderio, quel pallino, è rimato insoddisfatto nel tempo. A me fa pensare anche all’otre dei venti ricevuta da Ulisse da Eolo. Quella però non doveva essere stappata. E dei letali effetti di quel tappo malauguratamente liberato, ne seppero qualcosa i marinai del grande e astuto eroe greco.

Una volta almeno nella vita, però, ogni piemontese, ben più attento e cauto degli sprovveduti soldati di Ulisse, trova il momento di “gavesse la nata”, cioè di soddisfare quel desiderio che ha sempre inseguito, ma di cui – essendo previdente di natura, parsimonioso e lungimirante – ha sempre pensato di rinviarne la concretizzazione. Fino al momento in cui prende la decisione fatale. E allora, a quel punto, non lo ferma più nessuno.
A meno che… qualcuno non lo apostrofi − con tono di sufficienza − con un “Ma gavte la nata!”. In tal caso il senso cambia, e di molto, giacché l’espressione si fa più colorita, ed assume un registro quasi offensivo. Quasi come dire: “Ma fatti furbo!”. E allora, forse, per il nostro, non restano che due alternative: o pensarci su ancora una volta prima di togliersi quello sfizio, oppure mandare a sua volta “al cine” il suo interlocutore.

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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