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Modi di dire: dé ’n colp al sercc e l’àutr al botal

Una nota e curiosa frase idiomatica piemontese. Ma la sua origine è meno astrusa di quanto possa sembrare

Mio nonno Giacinto, che era un esperto viticultore ed un provetto vinificatore di Moncrivello (Vc), disponeva di un’ariosa cantina seminterrata, ben fornita di bottiglie di vino, di bottiglioni e di damigiane. Ma anche di botti di ogni misura, in cui deponeva il mosto dopo la vendemmia, lasciandolo bollire quanto bastava per ricavarne un vinello gentile, ma che poteva anche tagliare le gambe.  Ogni volta che usciva dalla cantina, dopo aver chiuso a doppia mandata la massiccia porta di legno di rovere con una pesante chiave di ferro, usava spesso questa espressione: “anche ancheuj i l’oma dàit un colp al sercc e l’àutr al botal”. Voleva dire che ne era uscito facendo il suo onesto lavoro di vinificatore, controllando il mosto o travasando il vino, senza cedere alla tentazione di bere più di un quartino di quella frizzante bonarda o di quel purpureo barbera che conservava là sotto, nelle bottiglie sistemate con cura sulle “stadiere”, o ancora contenuto nelle damigiane o nelle botti.

Era solo uno dei tanti significati di questa tipica espressione piemontese, che peraltro trova un equivalente anche nella lingua italiana, diventando: “dare un colpo al cerchio e uno alla botte”.

Il modo di dire “dé ’n colp al sercc e l’àutr al botal” significa – più in generale − uscire da una situazione delicata, trovando un compromesso, una via d’uscita, che possa accontentare punti di vista o esigenze opposte. Di fatto, l’espressione calza a pennello nei confronti di chi si comporta in modo diplomatico, e con saggezza, senza impuntarsi troppo, in maniera da ottenere il massimo vantaggio personale (o il minimo danno possibile) al momento di stipulare contratto, o di portare in porto una negoziazione difficile, o anche di risolvere una situazione imbarazzante. Dare un colpo al cerchio e l’altro alla botte, significa, di fatto, ottenere un meritato pareggio, dopo una serie di do ut des che possano essere considerati soddisfacenti per entrambe le parti contendenti. In altre parole, è come concludere una partita sull’1 a 1, o – se vogliamo – sul 2 a 2 o sul 3 a 3, a seconda del protrarsi delle trattative.

Ma da cosa deriva l’espressione? Semplice. Dai mastri bottai, che nel costruire le botti, avevano cura di dare un colpo di assestamento al cerchio metallico che contornava le doghe per tenerle unite, ed uno alle doghe stesse per assecondare la loro sistemazione all’interno del cerchio di ferro che le conteneva.

Curiose davvero le frasi fatte della nostra lingua. Possono sembrare curiose, talvolta persino astruse e misteriose. Ma per tutte c’è sempre una ragione, più semplice di quanto sembri. Basta conoscerla.

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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