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Le streghe del Canavese tra leggenda e atroci verità

La fobia di vincere il diavolo e le sue accolite, portò ad aberrazioni incredibili, attraverso processi, follie e superstizioni che si perpetrarono per secoli

Il ricetto di Levone, considerato nel Canavese paese delle streghe per antonomasia. Sotto, il castello di Rivara

Le streghe non sono appartenute solo al mondo della leggenda, anche il Piemonte ha avuto la triste ed umiliante realtà dei processi per stregoneria contro quelle che nel dialetto vengono chiamate masche. Non fosse che i procedimenti si concludevano sempre con sentenza di morte, oggi la cosa parrebbe persino comica. La fobia di vincere il diavolo e le sue accolite, portò ad aberrazioni incredibili.  Come disse giustamente Voltaire in un suo saggio: «Voi avete trovato un gran numero di miserabili così pazze da credersi streghe, e dei giudici così imbecilli e così barbari da condannarle alle fiamme».

L’aspetto forse più tragico dei processi per stregoneria consisteva nel fatto che tanto i Giudici quanto gli imputati, e soprattutto il pubblico, credevano alla presenza dei diavoli. Lontani dalle fantastiche ed affascinanti leggende, la realtà era orribile e spaventosa, quasi sempre la sentenza era già pronunciata, ancor prima che iniziasse il processo.

I crimini, fantasiosi e complessi, quanto oggi incredibili, venivano confessati spesso per una sorta di esaltazione e di autosuggestione, che portava a dilatare il processo, giungendo a coinvolgere interi paesi.  Quando ciò non bastava vi era la tortura, a quei tempi un sistema procedurale normale. Su personalità deboli o malate e facilmente emotive, condizionava la volontà fino a far ammettere delitti inesistenti e, talora fantastici.

La donna accusata di stregoneria veniva dai giudici, secondo la procedura, rivestita da un camice bianco e privata dei propri vestiti, in quanto vi poteva essere attaccata qualche fattura delle masche sue comari,  era depilata accuratamente poiché  la forza delle streghe risiede nei capelli e nei peli del corpo (un’antichissima Leggenda sostiene che il diavolo ha promesso la propria protezione e l’insensibilità del dolore finché sue seguaci hanno peli sul corpo).

L’imputata era quindi interrogata minuziosamente e, se non confessa, esorcizzata. Se dopo l’esorcismo, l’imputata persisteva nel confermarsi innocente era sottoposta alla tortura. Se l’imputata  era robusta e tale da sopportare, almeno per qualche tempo, il dolore, in lei c’era ancora il diavolo e pertanto veniva condannata; se invece sotto i tormenti confessava, meglio ancora: subito al rogo. Nei primi anni del Quattrocento in tutto il Canavese la caccia alle streghe si intensifica. Gli statuti di San Giorgio nel 1422, punivano con una multa lire 50 lire le fattucchiere, se non erano in grado di pagarla l’alternativa era il rogo.

 Le masche di Levone

Un documento del 1474 rinvenuto tra le carte dei conti Valperga di Rivara ci informa  che il 23 settembre del 1472 a Forno di Rivara, vengono bruciate tre donne del luogo, è  ignoto il loro nome, si sa soltanto che si trattava di tre sorelle, figlie di un certo Pietro Bonero.  Lo stesso documento riporta gli atti dei processi di Levone e Rivara

Nell’agosto del 1474 nel castello di Rivara, con fragili indizi in sostenuti da dicerie e pettegolezzi di paese, sulla base dell’interrogatorio, l’inquisitore formula ben 55 capi d’accusa contro quattro donne di Levone: Antonia De Alberto, Francesca Viglone, Bonaveria Viglone e Margarota Braya.

Le prime tre sono presenti, la quarta è riuscita a fuggire. Nella lista dei complici ci sono 31 persone, quasi tutte donne, di Rivara, Forno, Busano, Camagna, Barbania, Rocca di Corio, Nole, San Maurizio. Caselle, Balangero, Corio, Quazoglio e Grosso.

Le prove dei capi d’accusa contro le quattro levonesi sono allucinanti, l’elenco comprende malefizi e cause di morte contro 23 fanciulli, contro adulti, bestiame e accidenti vari. La concretezza dell’accusa è racchiusa nella frase ripetuta ossessivamente per ogni accusa:  «E questo è vero, notorio, manifesto, come lo dimostrano la fama e la voce pubblica». Confessate le proprie colpe, le incriminate sono affidate al braccio secolare, cioè al rogo.

Antonia De Alberto e Francesca Viglone passano in consegna al podestà del paese, il 7 novembre del 1474 sono bruciate vive a Prà Quazoglio di Levone al confine con Barbania; la terza incriminata, la Bonaveria, è ancora sottoposta a processo e il 25 gennaio 1475 è nuovamente di fronte al giudice, dalle carte non risulta altro, ma è probabile il suo successivo supplizio. La più fortunata o astuta è la Margarota Braya, fuggita all’inizio del processo e mai più rintracciata.

Nel giorno in cui sono bruciate le streghe di Levone, si apre in Rivara un altro processo a carico di cinque donne,  di questo processo, che pare di minore gravità,  si sono perse le carte per cui sono noti alcuni capi d’accusa, il nome delle accusate, ma non si conosce l’esito del processo. Le cinque masche erano: Margherita Ardizzone Cortina di Favria,  Guglielmina Ferreri e Turina Regis, di Rivara, Antonia Comba e Antonia Goleto di Forno di Rivara.

L’ultima strega canavesana

Verso la metà del  1700 si chiudono i processi per stregoneria, ma la superstizione e la magia continuano a vivere fino quasi ai nostri giorni, per la cronaca, dai testi sembra che l’ultima masca del nostro angolo di Canavese, chiamata dal popolo Marchesa, vivesse a Crosaroglio (tra Forno e Levone) nel 1839, dai ricordi popolari si racconta che raccontava d’essere in buoni rapporti con il diavolo, di leggere nel pensiero e di conoscere ogni sorta di magia.  Portava sempre al fianco un falcetto e, tra l’altro, sosteneva d’essere in grado, legandosi una fettuccia ad una gamba, di percorrere in brevissimo tempo qualunque tratto di strada.

Il mondo non è cambiato, qualche masca canavesana opera ancora, oggi mette gli annunci pubblicitari sui giornali e Internet, e vive agiatamente sui creduloni che non mancano mai, in cerca di filtri d’amore, sortilegi sui nemici o improbabili visioni sul futuro. Il loro nemico non è più la Santa Inquisizione, ma la  laica Guardia di Finanza che vigila sulle “magiche” comparse di patrimoni esentasse….

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Pier Carlo Sommo

Torinese, laureato in Giurisprudenza è giornalista professionista. Dal 1978 si occupa di comunicazione e informazione nella pubblica amministrazione. Autore di saggi, articoli e ricerche, ha pubblicato numerosi volumi e opuscoli dedicati alla comunicazione culturale - turistica del territorio per conto della Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino. È docente in corsi e seminari sui problemi della comunicazione e del giornalismo degli uffici stampa presso le società di formazione pubbliche e private e presso alcune Università.

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