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Le magie di piazza San Carlo: dal “caval ‘d brons” agli attributi del toro da calpestare

TORINO. E` difficile parlare di Piazza S. Carlo,  il cuore di quella parte esclusiva della città che viene da sempre definita il salotto di Torino, anzi è uno dei simboli di Torino. Un po’ tutto è già stato detto da tutti, ma la piazza è sempre uno stimolo, è forse il luogo dove più si ha la rappresentazione visiva di una città, come la definì Giovanni Arpino, ” scolpita più che dipinta”. Una città dove le statue che danno ordine agli spazi vuoti, non stanno in ferma testimo­nianza, ma si torcono in movimenti di cavalli o cava­lieri cercando di proiettare un messaggio più che testimoniarlo, collocate su singolari piazze simmetri­che d’aspetto ” metafisico” che hanno ispirato De Chirico per le sue opere.

La lapide che ricorda i 52 torinesi uccisi durante la manifestazione di protesta del 1864

Il tutto non è casuale, ma è il riflesso del carattere della città, di bronzeo silenzio ma attiva, bogianen solo per cose poco importanti, come testimonia una vecchia poesia messa in bocca a Giandoja che recita: “… Noi soma i fijoi d’Giandoja, noi soma i Bogianen, ma quand la testa a roja al di` dle bote a ven …”. Torino non è mai mancata ai grandi appuntamenti con l’Italia, una città d’aspetto e carattere poco italiano che continua ad amare il suo paese, nonostante sia poco contraccambiata.

La piazza

Torniamo alla nostra piazza, essa è considerata una delle più belle d’Europa, 186 metri per 76: 13.000 metri quadri di armonia e completezza, due belle chiese, un monumento-capolavoro, pregevoli palazzi gentilizi che contengono antiche istituzioni e una sfilata di negozi di prestigio, il tutto incastonato nella via principale della città, via Roma.

La piazza, che inizialmente si chiamava “Reale” è frutto del primo ampliamento di Torino al di fuori degli antichi confini delimitati dalle mura romane è stata costruita tra il 1640 e il 1644 su disegno di Carlo di Castellamonte, il complesso inizialmente era anche più raffinato dell’attuale, perché gli archi erano sorretti da colonne binate che furono poi anne­gate dentro pilastri nel 1773 a causa di cedimenti pare dovuti a materiali scadenti. I palazzi che la circonda­no erano abitati un tempo dalle più insigni famiglie di Torino, il più pregiato è quasi certamente il palazzo Solaro del Borgo (1640), ricostruito da Benedetto Alfieri è uno splendido esempio del gusto decorativo settecentesco, attualmente è sede di due antiche e importanti istituzioni cittadine: l’Accademia Filarmo­nica e il Circolo del Whist.

Il monumento

Insieme alla Mole Antonelliana e alla Basilica di Superga è uno dei simboli della città, ma uno di quei simboli non scelti da una agenzia pubblicitaria, ma dal cuore della gente, anzi l’affetto è stato tale che ha avuto un suo specifico nome in dialetto: “L’ca­val ‘d brons “, il cavallo di bronzo. Dimostrazione dell’interesse è che a Torino sono molti e belli i monumenti equestri ma il “cavallo di bronzo”, senza altri attributi, è solo quello di piazza S. Carlo.

Dal 1838 è testimone degli eventi della città, dai morti e feriti delle sommosse per la perdita della Capitale del 1864 ai festeggiamenti per le guerre vittoriose e per i successi sportivi, muto e sgomento testimone dei primi bombardamenti aerei della città, paziente uditore di comizi politici e concerti musica­li, solo due volte s’è allontanato dal suo posto di guardia, a metà della Seconda guerra Mondiale per ragioni di sicurezza, e negli anni 80 per un restauro.

Il monumento raffigura uno dei più eminenti esponenti di casa Savoia, Emanuele Filiberto detto “Testa di Ferro” ritratto nell’atto di riporre la spada dopo la vittoriosa battaglia di S. Quintino (1557), che fruttò alla casa regnante la restituzione dei suoi domini; i bassorilievi bronzei del basamento raffigura­no una scena della battaglia e il conseguente trattato di Cateau Cambrésis. L’opera è il capolavoro dello scultore Marochetti, fusa a Parigi nel 1838 è stata esposta al Louvre prima del trasporto a Torino, la passione e cura dello scul­tore hanno fatto sì che l’armatura che indossa il duca sia addirittura la perfetta riproduzione dell’originale, che si può ammirare all’Armeria Reale di Torino.

Le chiese

Il lato della piazza che volge verso la stazio­ne di Porta Nuova è formato dalle due chiese affianca­te di S. Carlo (1619) a destra e S.Cristina (1639) a sinistra che completano la scenografia della piazza. La prima fu costruita da Maurizio Valperga (v’è qualche dubbio sulla paternità), la seconda eretta per volontà di Madama Reale su disegno di Carlo di Castel­lamonte, fu completata nel 1718 dall’armoniosa faccia­ta di Filippo Juvarra, autonoma nelle forme ma in armonia e senza fratture estetiche con la chiesa gemel­la antecedente.

La vita

Come abbiamo già accennato la piazza è uno dei luoghi principali della vita della città, se piazza Castello è considerato il centro geografico della città, piazza S. Carlo è affettivamente per i torinesi il cuore. Una curiosa abitudine è legata all’elegante Caffè Torino, posto sotto i portici occidentali, fu frequentato da personaggi famosi come Cesare Pavese. Davanti all’ingresso del caffè vi è un toro rampante in ottone, simbolo di Torino, incastonato dal 1930 nella pavimentazione, la tradizione vuole che calpestare con il piede i suoi “attributi” porti fortuna, la cosa è cosi sentita che vi è un incavo di usura di parecchi centimetri….

Dopo la pedonalizzazione la piazza ha perso un po’ la sua funzione di palcoscenico quotidiano sia degli atti ufficia­li e manifestazioni pubbliche, sia del normale passeggio dei cittadini. Quando scende la notte la piazza, con il suo aspetto simmetrico ma caldo, da salotto buono con arredi barocchi, era un tempo l’ultimo angolo della città ad essere abbandonato, sia per la chiusura in tarda ora di alcuni dei locali pubblici che vi si affacciano e anche perché era abitudine e tradizione acquistare la prima edizione del quotidiano cittadino, verso mezzanotte dagli strilloni ai piedi del monumento, e fermarsi sulla piazza a com­mentare fino a tarda ora i fatti di rilievo.

Adesso è un po’ meno viva e nottambula, l’asse di quella che oggi si chiama movida si è spostato verso piazza castello e piazza Vittorio. Ma il fascino rimane immutato, il tempo è passato, le carrozze e gli omnibus hanno lasciato il passo ad auto ed elicotteri che sfrecciano a bassa quota, le ragazze in minigonna hanno preso il posto delle dame in crinolina, ma da oltre trecento anni lo spirito del luogo è invariato: era e rimane il cuore affettivo della città.

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Pier Carlo Sommo

Torinese, laureato in Giurisprudenza è giornalista professionista. Dal 1978 si occupa di comunicazione e informazione nella pubblica amministrazione. Autore di saggi, articoli e ricerche, ha pubblicato numerosi volumi e opuscoli dedicati alla comunicazione culturale - turistica del territorio per conto della Regione Piemonte, Provincia e Comune di Torino. È docente in corsi e seminari sui problemi della comunicazione e del giornalismo degli uffici stampa presso le società di formazione pubbliche e private e presso alcune Università.

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