L’ardita cupola del Guarini: dall’incendio del 1997 alla rinascita nel segno della Sindone

TORINO. È finalmente rinata l’ardita Cupola del Guarini che sovrasta la Cappella della Sindone e il cui profilo costituisce un elemento caratterizzante del paesaggio torinese. Dal 28 settembre 2018, è ora possibile entrare nella Cappella (che è entrata a far parte del percorso di visita dei Musei Reali di Torino), accedendo direttamente dal Piano Nobile del Palazzo Reale, e varcando lo stesso portale che un tempo era riservato ai duchi e ai re sabaudi.

L’emozione che si prova nel poter di nuovo visitare quel luogo Sacro (finalmente restituito ai Torinesi e a tutti coloro che percepiscono la sacralità della Sindone, al di là della sua reale o presunta appartenenza al corpo martoriato di Cristo, deposto dalla Croce) è davvero forte e pervasiva. Lo splendore della volta (con le sue geometrie fantastiche e con i suoi caleidoscopici ricami di cuspidi e di archi, da cui penetra una luce che pare irradiarsi direttamente dal cielo, nel quale volteggia una colomba simboleggiante lo Spirito Santo), induce anche chi non ha ricevuto il dono della fede, a pensieri trascendenti e a intime meditazioni.

Nella Cappella della Sindone, tutto è tornato come prima, o quasi. L’austero altare del Bertola non è ancora stato restaurato: i pazienti lavori, per farlo rifulgere dell’antico splendore, inizieranno nella prossima primavera. Ma alla fine, tutto sarà davvero identico all’originale andato distrutto. Per ora, tuttavia, quell’altare annerito e combusto appare  come un leone ferito. Mostra ancora le sue piaghe di marmo incenerito: lastre e balaustre sembrano fragili ceppi di legno arsi tra gli alari di un gigantesco camino. Guardare quei blocchi di marmo ridotti allo scheletro, fa davvero male al cuore. Sono la prova di un fuoco spietato e vorace che ha saputo fondere anche le pietre e mutare in cenere uno dei manufatti più belli mai costruiti dalla mano dell’uomo. Le statue dei principi sabaudi, con le loro plastiche e candide forme marmoree, invece, sembrano nuove, appena scolpite, e fanno da corona all’altare sbriciolato del Bertola, in uno stridente contrasto con i suoi miseri resti.

Ma la visita, anche se l’altare non è ancora stato ricostruito, è davvero imperdibile e appagante di tanta armonica ritrovata bellezza.  Riporto qui di seguito alcuni spunti storici ed alcune curiosità che potrebbero essere utili a chi volesse di nuovo ammirare (dopo tanti anni di inagibilità) questa stupenda Cappella (visita che peraltro caldeggio molto vivamente). Quindici anni dopo aver spostato la capitale del Ducato sabaudo da Chambéry a Torino, Emanuele Filiberto (era il 1578) decise di trasferire al di qua delle Alpi anche la Sindone, della quale i Savoia erano in possesso fin dal 1453.

Il progetto per erigere una cappella adeguata ad accogliere una reliquia così importante come quella del Sacro Lino fu affidato nel 1607 a Carlo di Castellamonte.  I lavori di costruzione subirono però quasi subito una lunga interruzione, per poi essere ripresi solo nel 1656, ad opera di Bernardino Quadri, che pensò ad un edificio a pianta circolare, incastonato tra il Palazzo Ducale e il Duomo, al quale i fedeli potessero accedere dalla Cattedrale di San Giovanni,  ma che consentisse ai duchi di potervi entrare direttamente dall’interno del loro palazzo, onde poterla venerare in privato anche nelle ore di chiusura del tempio.

Nel 1668, i lavori furono affidati al modenese Guarino Guarini (1624 – 1683) che tratteggiò una cupola la cui struttura era genialmente composta da un reticolo di esagoni ed archi sovrapposti e sfalsati. Nel 1694, ultimato l’altare centrale della Cappella, disegnato da Antonio Bertola, la Sacra Sindone poté finalmente trovare una prestigiosa e adeguata allocazione.

Nella notte tra l’11 e il 12 aprile 1997, durante un intervento di manutenzione esterna della cupola e di alcuni attigui appartamenti di Palazzo Reale, si scatenò un terribile incendio nel sottotetto dell’edificio, che investì l’intera Cappella. La Sindone venne salvata in extremis dall’incenerimento dal coraggioso intervento dei Vigili del fuoco, che – a colpi di piccone – riuscirono a spaccare la robusta protezione in vetro antisfondamento e a trarre in salvo la teca. Ma all’interno della Cappella i danni furono devastanti: balaustre, lesene, statue, ringhiere, rivestimenti in marmo, acquasantiere, tutto fu distrutto e sgretolato, fagocitato dalla violenza delle fiamme. Iniziò così un lungo lavoro di ripristino, di restauro, di consolidamento delle parti strutturali, di sostituzione dei materiali da costruzione combusti, rispettando le caratteristiche dei laterizi e la tipologia dei marmi utilizzati nel Seicento, in modo da riedificare quanto era stato inghiottito dalle fiamme e dal calore sprigionato nella Cappella, nel modo più fedele all’originale.  Nel 2000, tre anni dopo il devastante incendio, rimossi i detriti e montati i ponteggi di servizio, interni ed esterni alla Cupola del Guarini, prese il via il cosiddetto Cantiere della conoscenza, con la schedatura integrale di un puzzle di oltre seimila frammenti di marmo e di pietra. Fu riaperta la storica cava di Frabosa Soprana (Cuneo), da cui si estrasse la pietra necessaria per sostituire gli elementi andati perduti.

Gli ultimi interventi sulle strutture portanti vennero completati nel 2016. Dopo questa data, i lavori si concentrarono sul restauro degli elementi decorativi interni, per restituire ai Torinesi e alla Cristianità intera questo straordinario monumento in tutta la sua stupefacente originaria bellezza. Un miracolo di pazienza, di perseveranza e di fede, che si è finalmente avverato a Torino il 28 Settembre 2018.

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.