La bustina del the, una vera icona del Regno Unito, compie 110 anni

Forse per noi italiani non è un gran avvenimento, ma per gli inglesi si tratta certamente di un anniversario di quelli che vengono ricordati ufficialmente a Buckingham Palace… Stiamo parlando dei centodieci anni di una “cosa” che per il Regno Unito è una sorta di icona: la bustina del the! Non si può sbagliare, il soggetto è proprio quel sacchettino con cordicella che la camomilla ha brutalmente copiato, facendone il verso in modo nostrano, ma certo senza quell’aura di nobiltà che l’infuso più bevuto al mondo detiene, forse con una certa alterigia. Però, se il vortice della celebrazione ha avuto il ruolo di dare spazio anche alle ridondanze, alle autorevoli prese di posizione  sulla cultura del the, al ruolo identitario di questa bevanda, ha anche portato alla luce un fatto poco noto alla maggioranza: quella mitica bustina non è stata inventata dagli inglesi!!!

E sì, si tratta del prodotto della fantasia e del senso pratico di un commerciante di New York, Thomas Sullivan, che, 1908, adottò la bustina per creare tutta una serie di piccoli campioni del prodotto da inviare in assaggio ai clienti affezionati e soprattutto a quelli che si augurava potessero diventarlo. Insomma un mezzo innovativo per farsi pubblicità facilitando il consumo del campione, ma soprattutto un mezzo destinato a trasformarsi nel sistema più diffuso e comodo per “fare il the”.  Sullivan, non poteva saperlo, ma ha anticipato una forma di pubblicitaria “in bustina” che oggi va per la maggiore, soprattutto con prodotti di bellezza e per la pulizia della casa inseriti tra le pagine delle riviste femminili.

Pochi grammi di sapone da bagno o crema idratante chiusi in ermetiche bustine di plastica coperte di marchi, ingredienti e metodo d’uso, sono di fatto, sul piano pubblicitario, l’evoluzione di quei campioni gratuiti raccolti in piccoli sacchetti di seta pronti all’uso. Ma c’è un’altra cosa che Thomas Sullivan non immaginava neppure lontanamente: la rivoluzione prodotta dalla sua bustina sul piano dell’utilizzo. Infatti, il produttore pensava che i clienti, venuti in possesso dei sacchettini, avrebbero  fatto bollire il contenuto secondo un metodo che era parte integrante della storia del the: cosa che molti fecero seguendo un iter ormai entrato a far parte della tradizione, però qualcuno pensò di mettere il sacchetto nel bollitore…

È proprio vero che le grandi innovazioni spesso nascono da gesti banali, semplici intuizioni, per Freud da lapsus inconsci… Comunque, anche senza scomodare la psicoanalisi, sta di fatto che le buone idee hanno la capacità di diffondersi con la stessa velocità delle cattive notizie: e fu così che in breve tempo la bustina divenne una presenza fondamentale nel consumo del the. Certamente quell’innovazione, oltre a rendere Sullivan molto popolare, determinò un impegno rilevante per i produttori, che, per rispondere alle richiese dei consumatori, erano costretti a provvedere ad un sistema di confezionamento e commercializzazione più articolato e complesso di quello praticato con i semplici sacchi di juta, o le grandi casse di legno in cui il prodotto era direttamente riversato dopo le consuete operazioni di pulitura e controllo.

Ben presto la seta fu sostituita prima dalla garza e poi dalla carta, prima di arrivare all’applicazione del sacchettino perforato bisognerà attendere un bel po’ di tempo: infatti sarà ufficialmente adottato solo nel 1964. Malgrado quanto può sembrare oggi, il te in bustina non ebbe vita facile: fu soprattutto la Gran Bretagna ad ostacolarne l’ascesa. Infatti, i puristi ritenevano un’eresia fare il the senza ricorrere a metodologia e ritualità che in parte provenivano dalla tradizione orientale. Fu solo intorno alla metà del XIX secolo che la “teabag” entrò a far parte delle abitudini inglesi, trovando in breve tempo una crescente risposta tra i consumatori. Ciò non portò comunque all’estinzione i tradizionalisti, che costituirono verve proprie sacche di resistenza, ancora oggi presenti per difendere una metodologia intrisa di storia e, per qualche strano meccanismo psicologico, destinata a soddisfare il nostro bisogno di rito.

Di certo la bustina ha avuto il ruolo di “salvare” il the: bisogna infatti considerare che una bevanda del genere, caratterizzata da una procedura esecutiva piuttosto articolata, forse non sarebbe riuscita a star al passo dei tempi. Difficile immaginare, visto l’attuale modus vivendi, un impiegato che si prepara il the secondo tradizione nella cosiddetta “pausa-caffè”… Probabilmente senza bustina – che oggi rappresenta il 99% del prodotto consumato in Occidente – il the sarebbe stato destinato al declino, perché archetipo di quell’“andamento lento” che è ormai un miraggio.

Massimo Centini

Classe 1955, laureato in Antropologia Culturale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Ha lavorato a contratto con Università e Musei italiani e stranieri. Tra le attività più recenti: al Museo di Scienze Naturali di Bergamo; ha insegnato Antropologia Culturale all’Istituto di design di Bolzano. Docente di Antropologia culturale presso la Fondazione Università Popolare di Torino e al MUA (Movimento Universitario Altoatesino) di Bolzano. Numerosi i suoi libri pubblicati in italiano e in varie lingue.