La brillantina compie novant’anni e… li dimostra tutti

Elvis Presley

Ha novant’anni e li dimostra tutti… Si tratta della brillantina, quello strano intruglio che sa di fotografie in bianconero e che le ultime generazioni potrebbero anche considerare una sorta di antenata dei moderni gel, con annessi e connessi. Se guardiamo indietro in un passato neppure tanto lontano, constatiamo che c’è stato un tempo in cui quella melassa gelatinosa e appiccicaticcia era cifra della perfetta maschilità. La brillantina era segno dell’uomo “alla moda”, che curava il proprio aspetto e “ci teneva” ad essere sempre a posto! Tempi in cui di chirurgia estetica parlavano solo i divi di Hollywood.

E sono stati proprio gli attori fino agli anni Cinquanta-Sessanta ad essere, anche senza volerlo, i testimonial più incisivi per quel prodotto che invece non ha nulla di americano, perché è una creazione tutta europea. Tralasciando l’uso di grasso animale abbondantemente spalmato tra i capelli delle genti celtiche e in cui la storia tracima nel mito, e le molteplici soluzioni adottate dai cicisbei della corte del Re Sole, passiamo direttamente al 1928. In quell’anno, nei laboratori della County Chemical Company di Birmingham, in Inghilterra nasceva “Brylcreem”. Tecnicamente una “mistura” costituta da acqua, oli minerali e cera: un prodotto con componenti tenuti segretamente nascosti, come la ricetta della Coca Cola. In effetti la County Chemical Company aveva anche le sue buone ragioni, visto che la sua brillantina, nel giro di alcuni anni, giunse a garantire un fatturato annuo di quattro miliardi di sterline!

In breve andarono in pensione l’olio di Makassar, sempre di produzione anglosassone ed estratto dagli alberi dell’Indonesia, e tutti gli altri intrugli usati per “tenere a posto” i capelli. “Brylcreem”e poi via via gli altri prodotti che sorsero sulla sua scia, divenne una presenza determinate nel look dell’uomo moderno: quello che aveva i suoi riferimenti in Rodolfo Valentino, Humphrey Bogart, Tyrone Power, Fred Astaire e avanti fino Elvis Presley e James Dean.

Allora si diceva “impomatati”: un modo anche un po’ bruttino per indicare quei maschi che con la testa tirata a lucido e i vestiti belli larghi, come la moda di allora imponeva, facevano stragi di cuori nelle sale da ballo. Allora c’era chi voleva darsi un “tocco di classe” in più, e così,  invece della gardenia all’occhiello, preferiva farsi chiamare ragionier o geometra dallo strombazzante altoparlante della balera…

Malgrado tutto, pochi sono riusciti a gestirsi la brillantina con la classe di Clark Gable, o con l’ironia dell’“infallibile” ispettore Rock, pelato come una palla da bigliardo, che nel Carosello degli anni ’50 e ’60 ammetteva di aver commesso il grave errore di non aver mai usato la brillantina Linetti. L’unico errore della sua vita: ma visto lo stato della sua testa lo slogan aveva un effetto prorompente. Primi vagiti di una pubblicità psicologica che nel giro di pochi decenni sarebbe diventata altamente invasiva.

Oggi la brillantina si usa ancora? Non ha retto l’assalto di gel, lucidanti, lacche & C., anche se qualche affezionato c’è ancora. Qualcuno che ha tentato un salvataggio – è proprio il caso di dirlo – tirandola per i capelli dentro la storia attuale, chissà forse con il contributo del film “Grease”, che ne ha rinverdito il passato e le ha dato un’occasione per provare a ritornare in auge.

Comunque, dalle teste “impomatate” alle creste punk c’è una differenza abissale: la storia va avanti, raramente si ferma, anche se qualcuno sostiene che in alcune sue fasi abbia l’abbia l’abitudine di ripetersi. Se così fosse può anche darsi che la brillantina ritrovi il modo per riacquistare i suoi passati splendori e ridare agli uomini quell’aria “impomatata” che, dicono i nonni, donava un quid di fascino che i gel neppure si sognano…

Massimo Centini

Classe 1955, laureato in Antropologia Culturale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Ha lavorato a contratto con Università e Musei italiani e stranieri. Tra le attività più recenti: al Museo di Scienze Naturali di Bergamo; ha insegnato Antropologia Culturale all’Istituto di design di Bolzano. Docente di Antropologia culturale presso la Fondazione Università Popolare di Torino e al MUA (Movimento Universitario Altoatesino) di Bolzano. Numerosi i suoi libri pubblicati in italiano e in varie lingue.