Il ricordo di una donna speciale: Lia Varesio, l’angelo dei barboni di Torino

TORINO. «Guai a voi se distruggete quello che ho costruito con tanta fatica, dovete andare avanti con le vostre forze, io vi ho dato gli strumenti, adesso tocca a voi rimboccarvi le maniche. Svegliatevi dal torpore della consuetudine e della stanchezza, perché quando non ce la fate più, pensate che in quell’attimo c’è gente che sta lottando e soffrendo più di voi». Parlava in questo modo Lia Varesio in ospedale, consapevole che non avrebbe avuto altro tempo per vivere.

Nata a Torino nel 1945, da bambina viene coinvolta dal padre, allora presidente dell’associazione di laici cattolici San Vincenzo de’ Paoli, nelle attività di aiuto ai bisognosi, poi in parrocchia, e alla mensa dei poveri, ma sarà una mattina mentre si reca sul posto di lavoro, impiegata nell’assistenza sociale in Fiat, a cambiarle la vita.

«Mentre camminavo per strada mi sono imbattuta in una donna scalza, scarmigliata, con mani e piedi laccati di rosso, che urlava. Sono rimasta sconvolta, non tanto perché lei urlava ma perché la gente scappava via terrorizzata. Mi sono chiesta “Scappi anche tu?” e mi sono data la risposta. Mi sono avvicinata e le ho chiesto “Perché gridi cosi?”. La risposta è stata “Grido al mondo la mia disperazione ma nessuno si ferma”. La salutai: “Sono Lia”; mi disse che si chiamava Ester, era uscita dal manicomio e nessuno si era preso cura di lei; erano tre giorni che non mangiava. Vicino c’era un bar che conoscevo perché ci andavo ogni tanto, e invece di andare al lavoro ho telefonato in Fiat e mi sono presa un giorno di ferie. Quando ci siamo sedute al tavolo del bar la donna ha cominciato a mangiare cornetti e cappuccini, intanto mi ha raccontato la sua storia. Era stata in manicomio, adesso era per strada, andava a mangiare al Cottolengo e dormiva alla stazione. Io l’’ccompagnai al Cottolengo e poi a Porta Nuova dove mi fece incontrare gli altri, i suoi amici, gli abitanti della stazione», raccontò Lia Varesio.

Da quell’istante sentì di voler conoscere le persone che vivevano per strada, parlare con loro, aiutarle, e quando Bartolomeo, uno di loro, morì di freddo tra un mucchio di stracci, decise di fondare nel 1979 l’associazione “Bartolomeo & C.” Il suo cammino proseguì poi nelle carceri, tra i tossicodipendenti, gli alcolisti, e i barboni. Le furono riconosciuti premi per la sua opera, fino all’onorificenza più prestigiosa, quella di Cavaliere della Repubblica Italiana, conferitale nel 2005 dal presidente Carlo Azeglio Ciampi,  per l’opera sociale di aiuto ai poveri.

La gente la chiamava “l’angelo dei barboni”, e lei, donna minuta e con problemi di salute, dei momenti passati in ospedale diceva: «A volte è sufficiente una parola, un gesto, un sorriso e le persone possono guarire psicologicamente e uscire dal loro autismo. Ed è proprio questo che mi stimola ad andare avanti e continuare a lavorare per uomini e donne della città che non hanno ancora trovato spazio, cure, dignità, attenzione, giustizia e solidarietà».

Nel periodo che precedette la morte, avvenuta all’Ospedale Mauriziano di Torino nel 2008, Lia Varesio avrebbe desiderato scrivere un libro per raccogliere la storia del suo cammino e, in particolare, gli spezzoni di vita delle persone in difficoltà che aveva incontrato. Questo il motivo per cui i volontari dell’associazione torinese
hanno deciso di aprire un sito internet a lei dedicato, con lo scopo di tenere vivi la memoria, e i ricordi delle persone che la conobbero, per scriverne un libro.

Alcuni mesi fa il vicepresidente vicario del Consiglio comunale di Torino Enzo Lavolta ha dichiarato: «Nella nostra città i diritti, i bisogni, le speranze dei “cittadini di strada” sono stati e sono interpretati e sostenuti da figure di straordinaria umanità e coraggio. Tra queste personalità, che s’iscrivono a buon diritto nella tradizione dei “Santi Sociali” della nostra città, occupa un ruolo di assoluto riguardo Lia Varesio. È per queste ragioni che, riprendendo una proposta d’intitolazione formulata nel 2012, ho predisposto e inoltrato una nuova richiesta indirizzata alla nostra Commissione Toponomastica. A distanza di dieci anni dalla scomparsa di Lia Varesio possiamo finalmente procedere, mi auguro senza esitazione, alla ridenominazione dell’attuale via della Casa Comunale 1  trasformandola in  via Lia Varesio 1».

Simona Cocola

Giornalista pubblicista torinese, ha iniziato a collaborare per la carta stampata nei primi anni dell'università, continuando a scrivere, fino a oggi, per diverse testate locali. Ha inoltre lavorato in una redazione televisiva, in uffici stampa, ha ideato una rubrica radiofonica, ed è autrice di due romanzi.