I canti e i balli, patrimonio culturale di un Piemonte antico e romantico

È negli archivi della Rai che spesso si ritrovano le storie che hanno caratterizzato l’Italia. Nelle Teche Rai, infatti, è stato raccolto tutto il materiale prodotto e trasmesso dalla televisione pubblica, e tra le migliaia di filmati, uno molto vecchio riguarda i balli e i canti piemontesi della tradizione. Grazie a Franca Orengo, ricercatrice e cantante di Pinerolo, in provincia di Torino, si è risaliti al canto popolare, attraverso ricerche condotte sia sul territorio sia nelle biblioteche dell’ambasciata di Francia a Roma, in quanto la studiosa comparò il canto piemontese a quello della tradizione francese.

Le curiosità che circondano queste canzoni risalgono a tempi antichi, in cui, ad esempio le guardie di Madama Reale – Cristina di Borbone, sorella di Luigi XIII,  nata principessa di Francia, e divenuta duchessa e reggente di Savoia come moglie di Vittorio Amedeo I di Savoia -, si recavano a trovare le damigelle, donando loro un mazzolino con oro e argento, rifiutato perché avrebbe potuto sporcare le bianche mani delle fanciulle. Questo il racconto della canzone popolare “Le damigelle di Savigliano”, dove echeggiano i sentimenti, come in “Il mal d’amore”, paragonato a una malattia che non si può curare.

I canti folcloristici contadini erano cori di gente semplice intonati alla fine di una giornata di lavoro in amicizia, magari davanti a un bicchiere di vino, come accadeva ai margari e ai vignaioli  del Canavese in piena vendemmia. Capitava anche di ritrovarsi a danzare col ballo degli spadonari vicino alla Sacra di San Michele, e a Carnevale c’erano le “vioire”, antichi canti che accompagnavano il rito di questa festa con l’uccisione del maiale.

Una semplice scampanata di paese, in Valsusa, dava vita alla “Baudetta”, canzone della festa, mentre in lode a varie parti del vestito di una donna si cantava la “Girumetta”. I testi di questi canti accennavano, inoltre, a storie di donne innamorate di prigionieri, che disdegnavano i corteggiamenti di altri pretendenti. La classe colta, affascinata da tali richiami sonori, adattò canti e movenze rurali a cadenze di corte in occasione delle feste di Madama Reale nel 17 secolo.

A Costigliole d’Asti ben nota era la “danza della Monferrina”, in cui un giovane uomo corteggiava e invitata a ballare la donna, in una festa di gioia, allegria, aggregazione, tanto che, proprio con questo ballo Gianduia, la maschera di Torino, la sera di San Giovanni, festa patronale della città, apre le danze con Giacometta.

Infine, i canti rispecchiavano l’appartenenza a gruppi, come quelli delle filatrici, delle mondine con “Saluteremo il Signor padrone”, dei partigiani con “La Montanara” – composto al Pian della Mussa, nelle Valli di Lanzo, nel 1927 dall’alpinista veneto, ma piemontese d’adozione, Toni Ortelli, in ricordo di un amico valdostano morto sul Monte Rosa -, e degli emigranti.

Questi ultimi lasciarono valli e montagne alla ricerca di fortuna all’estero, attraversando l’oceano alla volta della Francia, della Germania, del Belgio, e addirittura dell’America. Questi uomini, attraverso i racconti e i canti, ricordavano le atmosfere e i suoni della terra natia, per non sentirsi così soli lontano da casa, dagli affetti, dall’amata. Fu il poeta piemontese Nino Costa a dedicare agli emigranti piemontesi la poesia “Rassa Nostrana”.

Simona Cocola

Giornalista pubblicista torinese, ha iniziato a collaborare per la carta stampata nei primi anni dell'università, continuando a scrivere, fino a oggi, per diverse testate locali. Ha inoltre lavorato in una redazione televisiva, in uffici stampa, ha ideato una rubrica radiofonica, ed è autrice di due romanzi.