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I caffè torinesi dove si è scritta la storia d’Italia

PARTE PRIMA – All’indomani della triste parentesi napoleonica in città nacquero i primi luoghi dove potersi incontrare per fare progetti e parlare anche di politica per sognare l’unità nazionale. Molti di questi oggi non esistono più, altri sono delle vere e proprie bomboniere ottocentesche

Le notizie sulla presenza a Torino di locali chiamati “caffè”, prima del XIX secolo sono molto scarse. Si sa che agli inizi del ‘700 uno di questi locali si trovava nella zona di Porta Palazzo  e un altro era collocato nel palazzo dei marchesi di Biandrate di San Giorgio, vicino alla chiesa di San Dalmazzo. In origine, questi locali erano arredati alla moda delle vecchie taverne, con robusti tavolacci  attorniati da massicce panche di legno e sgabelli molto lunghi. La luce scarseggiava, in queste aree buie ricavate da scantinati o ex-magazzini, e le poche lampade ad olio utilizzate emettevano una fioca luce, che contribuiva a dare al locale un’atmosfera lugubre e misteriosa. Si sa che il primo vero locale denominato “caffè”, fu avviato da un certo Forneris verso la fine del XVIII secolo.

Il Caffè Fiorio

E’ comunque l’800 la vera e grande stagione dei caffè torinesi, dopo il ritorno dei Savoia alla fine della triste avventura napoleonica. In questo periodo, i caffè erano il posto ideale dove la gente si poteva incontrare per poter discutere, fare progetti e parlare anche di politica per sognare l’unità nazionale. Questi locali iniziarono a divenire esteriormente più attraenti e aristocratici. Nuovi arredi, nuove ambientazioni e nuove suppellettili. Il successo di questi locali deve essere attribuito alla capacità di creare circuiti dove il borghese o il liberale potevano confrontarsi con l’aristocratico o con il reazionario, dove l’acquirente poteva contattare il venditore.

I nomi dei caffè più importanti di quel periodo la dicono lunga  su questo proposito: Albero della LibertàLibertà perfetta, Cuori liberi, e via discorrendo. Probabilmente è da uno di questi caffè che Massimo D’Azeglio vide giungere la carrozza  che riportava a Torino dall’esilio sardo, il Re Vittorio Ermanuele I. La descrizione della scena da parte del D’Azeglio è molto significativa: “In questo cocchio il buon Re, con quella sua faccia di galantuomo, girò fino al tocco di dopo mezzanotte passo passo le vie, fra gli evviva della folla distribuendo sorrisi e saluti a diritta e a sinistra (…) 

Questi caffè, che sono ritenuti gli “ottocenteschi caffè storici della regal Torino”, furono salotti letterari e politici, raffinati e sontuosi. In una dotta descrizione di Torino del 1840, si legge: “(…) Sono essi magnificamente arredati, e messi ad oro, a stucchi, a specchi, a pitture, e cotanta loro eleganza viene fatta meglio spiccar nella notte dal gaz che gl’illumina.”

I caffè furono spesso identificati con un certo sospetto dal potere centrale, in quanto luoghi in cui i progetti di libertà erano all’ordine del giorno e avevano la prerogativa di riscaldare un pò troppo gli animi. Molti quindi divennero i locali da controllare da parte dell’ordine costituito: il Bedotti, all’angolo di via Bellezia, il Colonna, poi Vassallo e successivamente Nazionale; in via Po vi furono il Biffo, e il Fiorio, quest’ultimo (ancora redivivo) aperto nel 1780, era noto come il caffè dei Codini e dei Macchiavelli, in particolare per le fogge aristocratiche dei suoi clienti conservatori. Era noto anche per la possibilità di effettuare un gioco clandestino e affascinante, denominato il gobbo.

Il Caffè San Carlo nell’omonima piazza torinese

Vicino al vecchio tribunale di via Corte d’appello c’era il Colosso, luogo di ritrovo abituale di avvocati e cancellieri; il Centro era in piazza Castello (la vecchia piazza imperiale), fu frequentato anche da Rousseau e dal Juvarra; il Diley, il Londra; il Gianoglio, questo fu noto soprattutto per il gioco d’azzardo; il San Carlo, nell’omonima piazza, fu il primo ad adottare la nuova tecnologia della folgorante luce a gas di idrogeno, e ospitava abitualmente capannelli di oppositori dei Savoia. Naturalmente fu chiuso, e riaprì poi nel 1837 con il nome di caffè di piazza d’Armi, con nuovi avventori meno pericolosi. Difatti tra quei tavoli il Crispi convinse la Sinistra storica sulla necessità politica di appoggiare in parlamento l’intervento dell’esercito italiano in Africa. Troviamo poi il Rondò, la caffetteria pasticceria dei Fratelli Stratta di piazza San Carlo dove vi troviamo sulla facciata lo stemma sabaudo, un privilegio concesso solo ai fornitori ufficiali della Real casa.

L’bicerin è invece in piazza della Consolata, aperto nel 1763 come bottega dell’acquacedrataio; il Baratti e Milano c’è ancora, in piazza Castello, vicino alla galleria Subalpina; vi erano poi il Perla, il Vassalo, il Baldissero, il Meridiana, e molti altri ormai perduti nella memoria del tempo.


L’bicerin di piazza della Consolata fu aperto nel 1763

I caffè storici che sono sopravvissuti e che oggi costituiscono una testimonianza per la storia, per l’arte e la cultura, sono pochi, ma rappresentano ancora un importante riferimento per la tradizione torinese. Risale all’800 anche il piccolo e garbato caffè Mulassano di piazza Castello. Il caffè Torino di piazza San Carlo è ritenuto attualmente il più prestigioso, fondato nel 1903. 

(CONTINUA)

Danilo Tacchino

Nato a Genova, da sempre vive a Torino dove si è laureato in Lettere. Sociologo e giornalista pubblicista , ha sviluppato ricerche storiche nell’ambito della musica, dell’ufologia e dell’industria locale. Sin dagli Anni Ottanta ha realizzato diversi volumi su tradizioni e misteri locali della Liguria e del Piemonte. Appassionato anche di letteratura, è direttore artistico di alcune associazioni culturali torinesi.

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