Don Pollarolo, il prete che filmò la lotta partigiana sulle montagne piemontesi

Nel 2000, la città di Torino gli ha intitolato un piazzale alle Vallette, tra viale dei Mughetti e via delle Verbene, nei pressi della Chiesa dove svolse la sua missione di parroco

Torino ed il Piemonte vantano una tradizione secolare di Santi sociali, una folta schiera di sacerdoti e laici che hanno illuminato con la loro fede e con le loro opere il loro apostolato, dedicandosi al conforto dei carcerati, alla cura dei malati, al recupero degli emarginati, all’assistenza materiale e spirituale ai senza tetto, e a strappare dalla strada fanciulli sbandati senza famiglia, per fornire loro una professione o un mestiere che consentisse un’integrazione a pieno titolo nel tessuto socio-economico. Molti sono orientati a pensare che quella generazione di straordinarie figure di santi (dalla vita sfolgorante per attività, impegno, dedizione e sacrificio) dopo aver trovato il suo massimo fulgore tra la fine del Settecento e gli ultimi decenni dell’Ottocento, si sia pressoché del tutto esaurita, a partire dai primi anni del Novecento.

Ma non è affatto così. dopo questa straordinaria generazione di grandi santi, la vocazione all’apostolato e all’attenzione al sociale da parte di molti piemontesi (già beatificati o non ancora canonizzati) è continuata senza soluzione di continuità per tutto il Novecento. Basti pensare al canonico Giuseppe Allamano, a don Luigi Orione (fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza) o a Pier Giorgio Frassati, dedito all’assistenza ai malati e delle famiglie più indigenti della città, o anche alle decine di cappellani militari operanti nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, che sfidarono le mitraglie nemiche pur di portare un conforto spirituale ai moribondi, oppure si pensi ai tanti civili, laici o sacerdoti, prigionieri nei campi di concentramento e di sterminio, per aver dato soccorso o un nascondiglio ad ebrei o dissidenti al regime (come padre Giuseppe Girotti, deportato e morto a Dachau), e che fino alla morte si rifiutarono di negare anche una sola parola che potesse essere di viatico ad un compagno di prigionia più sofferente di loro.

Un’altra figura di spicco del Novecento che meriterebbe gli onori degli altari è sicuramente quella di don Giuseppe Pollarolo. Nel 2000, Torino gli ha dedicato una piazza alle Vallette. Vediamo di conoscere meglio questo personaggio, ripercorrendo, a grandi passi, la sua vita avventurosa e generosa. Di famiglia poverissima, don Pollarolo nasce nel 1907 a Pozzolo Formigaro, in provincia di Alessandria. Nel 1924, entra nella Congregazione di don Orione, che ne intuisce l’intelligenza vivace, la vocazione sincera e la dialettica straordinaria, ben adatta alla predicazione e all’oratoria.

Durante il periodo della Resistenza, don Pollarolo si aggrega come cappellano in formazioni  partigiane del Cuneese e dell’Oltrepò pavese. Partecipa in prima persona alle azioni militari, ma non come combattente: sempre solo come sacerdote e apostolo, senza impugnare un’arma, ma col solo breviario in mano e, talvolta, la cinepresa. Realizzò infatti, come cineamatore, diverse riprese cinematografiche con la sua piccola cinepresa tascabile, realizzando filmati di grande interesse storico (da lui stessi sviluppati e montati) che testimoniano scambi a fuoco, scene di battaglia tra partigiani, repubblichini e tedeschi e varie azioni militari. Catturato, venne messo al muro, poi graziato e incarcerato, ma non cercò mai la vendetta. Né mai rinunciò a predicare la carità evangelica, l’uso della moderazione e della giustizia che a suo avviso doveva essere usata con «il minimo taglio necessario, come il bisturi del chirurgo: nulla di più, e solo per sanare, mai per vendicarsi».

Lo dimostrò il 29 aprile 1945, quando i partigiani impiccarono i cadaveri di Mussolini e Claretta Petacci in piazzale Loreto a Milano. Quel giorno, nella piazza, c’era anche don Pollarolo, prete-partigiano molto conosciuto in tutto il Paese, e di grande ascendente. Arrivò verso le 11, quando c’era già molta folla e il corpo della Petacci era stato completamente denudato per essere schernito ed esposto al pubblico ludibrio. Vedendo quel cadavere impudicamente nudo, don Pollarolo si fece largo: «Lasciatemi passare. Questo scempio non si deve vedere». Poi, davanti alla folla sorpresa e ammutolita, si tolse lo spolverino che teneva addosso, e ricoprì pietosamente con quell’indumento il corpo inerte della donna. Nessuno osò intervenire. Quello stesso 29 aprile, il sacerdote-partigiano, chiamato ai microfoni di Radio Milano Libera, cercò di convincere gli Italiani alla moderazione, dicendo: «Il cappellano che ha sentito sulla nuca il freddo della rivoltella tedesca ed ha avuto dinanzi il plotone di esecuzione si raccomanda al popolo perché non compia vendette private, né si abbandoni a furori scomposti degni di ogni riprovazione». E invitò: «Lasciate che questo povero cappellano, cresciuto alla scuola di Don Orione, l’Apostolo della Carità, vi dia la parola d’ordine per la ricostruzione: collaborare tutti in uno sforzo intelligente, onesto e libero per tradurre in legge l’amore predicato da nostro Signore Gesù Cristo!».

Nel dopo guerra, fonderà a Torino la Casa del Giovane operaio”, con sede in corso Principe Oddone: una casa di accoglienza per giovani in cerca di lavoro, con cui si mostra paterno e tollerante, ma intransigente in tema di moralità e onestà. Con l’aiuto di alcuni laici, darà poi vita ad una Università popolare, affermando che «la carità non è solo pane»: proprio come il suo padre spirituale don Orione, don Pollarolo non intese infatti assistere il povero solo dal punto di vista spirituale e materiale, offrendogli un pasto, un letto e un tetto, ma si propose anche di elevarlo come uomo, contribuendo a fornirgli ogni opportunità per accrescere la sua istruzione.

La chiesa della Santa Famiglia di Nazaret alle Vallette di Torino

Don  Pollarolo, morto nel 1987,  è stato  un  grande  predicatore e uomo di grande cultura,  capace  di calamitare l’attenzione di tutti, ma soprattutto lo vogliamo ricordare come un vero pastore, capace di infondere nei cuori parole di conforto e di speranza. Un santo sociale del Novecento a tutto tondo. Il 10 ottobre del 2000, nella chiesa della Santa Famiglia di Nazareth (al Quartiere Vallette) della quale per molti anni fu parroco, s’è tenuta la cerimonia di intitolazione di un vicino piazzale, tra Viale dei Mughetti e Via delle Verbene, al compianto sacerdote “orionino”. Erano presenti il sindaco di Torino di allora, Valentino Castellani, e il vice sindaco Domenico Carpanini.

La tradizione dei grandi santi sociali torinesi e piemontesi, come si vede, non si è fermata affatto all’Ottocento, ma è proseguita radiosamente nel secolo scorso, e certamente continua e continuerà nel Terzo Millennio, nell’anonimo impegno e nella dedizione appassionata di tanti laici o religiosi, che operano nella penombra, ma illuminano il prossimo con la luce del loro cuore.

E per concludere, vi proponiamo un servizio realizzato negli Anni Ottanta da RaiTre.

 

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.