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Da duecento anni la famiglia Lupi si tramanda l’arte di far muovere le marionette

Furono loro a far conoscere la maschera di Gianduja in tutto il mondo. L’avvincente storia del Teatro Gianduja , capace di ospitare più di mille spettatori, dove la loro Compagnia teatrale si esibì per decenni. Originariamente chiamato Teatro D’Angennes, aveva sede a Torino, in via Principe Amedeo. In esso si accesero le prime scintille del Risorgimento italiano

(Seconda parte)

Dopo l’abbattimento della gloriosa Sala Martiniano, in cui si era esibita per più di sessant’anni, la Compagnia Teatrale dei marionettisti Lupi si trasferisce al Teatro D’Angennes, in via Principe Amedeo, così chiamato perché era posizionato accanto all’omonimo aristocratico palazzo dei marchesi D’Angennes: un teatro costruito nel 1786, capace di accogliere oltre mille spettatori, e dotato di quattro file di palchi.

Fu proprio in questo teatro, durante la rappresentazione dello spettacolo Cichin-a ’d Moncalé, messo in scena dalla Compagnia Reale Sarda e presieduto da Giovanni Toselli, che il pubblico – composto in gran parte da intellettuali e studenti, tra i quali era presente anche il giovane Angelo Brofferio – si infiammò alle rivoluzionarie battute del copione, e diede l’abbrivio ai Moti di Torino del 1821, con vivaci manifestazioni di piazza, cui seguirono numerosi arresti: queste scintille rivoluzionarie possono essere considerate la prima espressione popolare del Risorgimento italiano.

Tornando agli anni Ottanta dell’Ottocento, così scriveva Edmondo De Amicis nel 1886 a proposito di questo grande teatro: “La cosa che maggiormente mi stupì, quando visitai per la prima volta il palcoscenico, fu la statura delle marionette, che viste dalla platea paiono poco più alte di un palmo, ma misurano almeno mezzo metro di altezza. E mi meravigliò l’esattezza minuziosa, perfin superflua, dei vestimenti, la proporzione mirabile delle loro forme, e la varietà dei tipi”.

Un particolare della loggia del Teatro Gianduja (Archivio Monginevro Cultura)

Il Teatro D’Angennes divenne dunque la casa di Gianduja per antonomasia, e sinonimo del luogo in cui Gianduja comunicava con il popolo. Per questo i Lupi ne cambiarono presto il nome, e il Teatro D’Angennes fu chiamato Teatro Gianduja.

Ad ogni stagione teatrale, i Lupi aggiornavano gli spettacoli in cartellone, con titoli spesso ispirati ad avvenimenti politici e sociali di attualità. Alcuni titoli di successo furono ripresi con nuovi copioni, adeguati ai tempi correnti, come il famosissimo Turin ch’a bogia, la cui prima messa in scena risale al 1898, in occasione dell’Esposizione Internazionale di quell’anno. Lo spettacolo venne poi riproposto nel 1902, col titolo Turin torna a bogé, e – con il titolo primordiale – anche in occasione delle Esposizioni Internazionali del 1911 e del 1928. In tutto, Turin ch’a bogia (nelle sue varie edizioni) venne replicato oltre ottocento volte: ogni anno con un copione aggiornato e attualizzato ai tempi. Ed ogni volta con un successo strepitoso.

L’interno del Teatro Gianduja

Così scriveva Massimo Scaglione nella sua approfondita analisi sulla storia di Gianduja e dei marionettisti torinesi, svolta nel libro Turin ch’a bogia, edito nel 1986 a cura di Piazza Editore, per conto della Famija Turinèisa: “Le affiches della compagnia fanno capire come i Lupi siano sempre stati attenti a tutto quanto succedeva a Torino e nel mondo, al punto che agli inizi del Novecento, Gianduja e le sue marionette giravano sul palcoscenico in automobile, simbolo della tecnologia moderna!”

Ma i tempi cambiano, facendo cambiare – spesso repentinamente – i gusti del pubblico. L’avvento del cinema, soprattutto del cinema sonoro, e l’affermarsi del fascino e della notorietà dei grandi divi dello schermo (come l’ammaliante Greta Garbo o la seducente Jean Harlow) finirono per far perdere ai torinesi (e non solo ai torinesi) il piacere e l’abitudine di frequentare i teatri di marionette. Anche altre più moderne opportunità venivano offerte ai torinesi per trascorrere le loro serate, come il varietà, l’avanspettacolo, la rivista e la radio. Senza trascurare i concerti di musica classica e il teatro tradizionale. Il glorioso Teatro Gianduja e la famiglia Lupi, dovettero arrendersi. L’8 Ottobre 1940, i fratelli Enrico e Luigi (Luisin) Lupi firmarono la resa: il teatro venne chiuso e venduto, per essere trasformato in un moderno cinematografo.

Nei primi anni Quaranta ed in pieno periodo bellico, l’ex Teatro Gianduja fu convertito ad uso promiscuo di cinema e teatro. La facciata originaria venne mantenuta, ma l’ingresso venne aperto sulla via Des Ambrois, al civico 3. L’interno, su progetto di Ottorino Aloisio, fu completamente rivoluzionato: la sala venne suddivisa in due salette sovrapposte: quella inferiore fu destinata al cinema e ad eventuali avanspettacoli o a spettacoli di marionette; quella superiore doveva accogliere spettacoli di varietà e teatro. Ma ormai, quella non era più la casa di Gianduja, che di fatto era stato per sempre sfrattato e messo fuori dalla porta.

Per la cronaca, ricordiamo che nel 1961 il vecchio teatro venne nuovamente ristrutturato: le due sale vennero riunificate: il locale, rinominato “Cinema Orfeo”, è rimasto attivo fino al 1982, anno del definitivo smantellamento: al suo posto è stato costruito un palazzo ad uso abitativo, che conserva la facciata originaria del teatro, e sulla cui loggia centrale, sovrastante l’antico ingresso, è posizionata una marionetta raffigurante Gianduja.

Nel 1941, Luisin Lupi pubblica su L’almanacco piemontese un articolo con cui smentisce la presunta morte di Gianduja, che invece risultava vivo e vegeto: aveva solo dovuto lasciare il suo teatro per far posto ad un cinema: “Mòrt? Chi a lo dis che i son mòrt? Son vej… lo sai. I l’hai tòst sent e quarant’agn sël gheub. Ma la mission ëd Giandoja a l’é nen finìa… son sicur che un bel di Giandoja a tornerà a sauté fòra, san e dispòst e ardì sla piòta…”

Passata la bufera della Seconda Guerra Mondiale, la Compagnia Lupi, senza più una sede, viene ospitata di volta in volta in vari teatri cittadini, come il Carignano, il Gobetti, l’Alfieri e il Cinema Romano. Negli Anni Cinquanta, per un certo periodo, gli spettacoli di marionette furono addirittura rappresentati in una sala sotterranea ricavata in quella che allora veniva chiamata la Galleria Metropolitana di via Roma.

Nel 1960, apre il nuovo piccolo Teatro Gianduja di via Santa Teresa 5, accanto all’omonima chiesa: i Lupi esordiscono con lo spettacolo Pinocchio, cui farà seguito Biancaneve e gli otto nani. Nel 1962, Luigi Lupi VI mette in scena Pollicino, cui seguono le riduzioni teatrali di altre fiabe e romanzi per l’infanzia. Nel 1978, viene inaugurato il Museo della Marionetta di Torino nei locali adiacenti al Nuovo Teatro Gianduja, dove il vasto e interessante materiale storico giacente nei magazzini della famiglia Lupi viene esposto al pubblico in quattro sale.

Nel 1985 viene messo in scena il Re Orso di Arrigo Boito, primo spettacolo di una trilogia di successo, cui seguirà Pietro Micca (1986) – un rifacimento tratto da un libretto ottocentesco – e l’ Aida” di Giuseppe Verdi. La chiusura del Teatro D’Angennes, dunque, non ha arrestato la tradizionale attività della famiglia Lupi: un’attività ormai bicentenaria, che continua con successo anche ai nostri giorni, ed è rivolta soprattutto ai bambini.

Luigi Lupi VI

Le marionette Lupi, con Gianduja in testa, sono tornate ad essere itineranti, proprio come succedeva con i teatrini di strada nel Settecento: da Torino si spostano in ogni parte del Piemonte e d’Italia, nei teatri, nei comuni, nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle piazze, nelle parrocchie, nelle biblioteche, in occasione di fiere e feste patronali, per allietare le nuove generazioni del Terzo Millennio.

Sono passati ottant’anni dalla chiusura del “suo” teatro, ma Gianduja sopravvive nella cultura popolare piemontese. Un Gianduja certo meno presente sui palcoscenici, meno loquace, meno esibizionista, ma un Gianduja che continua a vivere nei cuori dei piemontesi, di città e di campagna, specchio di una piemontesità ironica e ribelle, ma soprattutto di una libertà di pensiero che non vuole e non potrà mai morire.

“Giandoja mòrt? L’é nen la prima vòlta
ch’a l’han cantaje ij funeraj an rima,
ma pen-a ’l mond a l’ha virà na svòlta,
l’é torna arsussità, pì svicc che prima!”
(Luisin Lupi, Turin, 1941)

Chi volesse organizzare uno spettacolo di marionette Lupi con Gianduja o altri personaggi può  scrivere a:  lupi@marionettemauriziolupi.it. Questo il numero di telefono del Nuovo Teatro Gianduja di via Santa Teresa 5, a Torino: 011.530238

(Fine seconda e ultima parte)

Chi fosse interessato a leggere la prima parte di questo articolo, la può trovare QUI.

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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