Curiosità toponomastiche: la tribolata nascita di via della Cernaia, per evitare l’ilarità dei torinesi

TORINO. Si può anche scherzare con la toponomastica della propria città, giocando e fantasticando sui nomi delle strade, soprattutto quando ci si imbatte in toponimi alquanto curiosi ed insoliti (il che – come vedremo – non è frequente nella Torino del terzo Millennio), ma non ci si deve mai dimenticare che la toponomastica è una cosa seria.

Le toponomastiche urbane sono infatti lo specchio dei tempi e dei regimi. Come i monumenti degli sconfitti vengono spesso abbattuti a furor di popolo per essere sostituiti con quelli dei vincitori, così le targhe delle strade seguono le alterne vicende della storia dei popoli. Capita spesso che chi sia stato osannato sugli altari, cada improvvisamente nella polvere ed il passaggio dalla polvere all’oblio è spesso repentino. Così se a qualcuno caduto in disgrazia era stata dedicata la targa di una via, ecco che questa  viene prontamente asportata e sostituita con una nuova, dedicata a un nuovo eroe, a un nuovo idolo, al nuovo esempio perfetto di virtù. Così va il mondo: nascono nuovi miti, e si offuscano quelli del passato.  Le targhe delle vie e delle piazze cambiano, perché cambiano i tempi: esse non riflettono soltanto i mutamenti politici e sociali, ma anche i cambiamenti degli stili di vita dei popoli attraverso i secoli, testimoniando – per ogni epoca – persino le varie attività artistiche e professionali più in auge nei vari momenti storici e talora testimoniano addirittura i divertimenti e le passioni sportive tipiche di un’epoca.

Sapevate, ad esempio,  che a Torino – nell’antico centro storico del quadrilatero romano – c’era la Contrada dei Pasticceri? E che ce n’era un’altra chiama degli Argentieri? Non c’è da stupirsi, perché tra il Settecento e l’Ottocento, Torino era sinonimo di eccellenza internazionale nell’arte della pasticceria, così come nella lavorazione dell’argento: i maestri pasticceri ed i cesellatori torinesi erano noti in tutte le corti europee per l’eccellenza dei loro prodotti e dei loro manufatti. E le loro botteghe specializzate erano così numerose da occupare un’intera contrada.

E sapevate che l’attuale Via Giolitti era chiamata Contrada dell’Ospedale, perché conduceva dritto dritto all’Ospedale Maggiore di San Giovanni (ora San Giovanni Vecchio)?

E la Contrada Paesana? Era quel tratto di Via della Consolata compreso tra Contrada Dora Grossa (ora Via Garibaldi) e Piazza Susina. Era così chiamata perché su di essa si affacciava Palazzo Saluzzo di Paesana. Per la cronaca: Piazza Susina era la Piazza che dal 1860 prese il nome di Piazza Savoia.

Contrada della Palma

E Contrada della Pallamano? Questo nome è davvero curioso. Fu aperta nel 1855 al Valentino, e corrispondeva all’attuale Via Oddino Morgari: era così chiamata perché portava allo slargo in cui si praticava il popolarissimo gioco della pallamano.

E potremmo continuare ancora a lungo. Fidatevi: c’era, ad esempio, la vituperata Contrada delle Gabelle, l’intrigante Vicolo del Gallo, la Contrada dei Pellicciai, la Contrada del Gambero Rosso (un segmento dell’attuale Via Bertola), la Contrada del Ghetto  (il tratto dell’attuale Via Bogino, compreso tra Via Maria Vittoria e Via Principe Amedeo), e persino la Contrada delle Ghiacciaie (corrispondente all’attuale Via Giulio).

La toponomastica torinese vantava decine di strade dal nome che oggi ci appare buffo o quantomeno curioso: eppure, ai tempi, quel modo di chiamare le strade aveva una ragion d’essere. Certi toponimi ne rendevano più facile e immediata la ricerca, perché identificavano ogni singola via con la tipica attività svolta nelle botteghe artigiane che su di essa si affacciavano, oppure con il nome di una Chiesa, o del principale palazzo privato o istituzionale che nella contrada aveva sede: un ospedale, il  tribunale, una casa di accoglienza per le orfanelle, un istituto di pena, un albergo, la dogana, l’ufficio delle tasse e via dicendo.

Pensate che a Torino, nell’area più antica della città,  esisteva persino una Contrada della Palma (evidentemente  a lato di qualche palazzo della via era cresciuta una palma da datteri, in effetti alquanto insolita per una città come Torino, o forse lì c’era un ostello o una taverna con quel nome che rievocava paesi vagamente esotici). Quella strada (chissà: forse la palma s’era un giorno inaridita) venne poi chiamata dell’Anello d’Oro, e dopo ancora dei Canestrelli, dal nome di due alberghi particolarmente attivi sulla contrada stessa. La citata contrada era a ridosso della Contrada Nuova (la via Roma d’oggi) e corrispondeva all’incirca all’odierna Via Viotti. Negli ultimi anni del 1700, in Contrada della Palma, al notissimo Caffè Marsiglia, si davano convegno i giacobini torinesi.

Delle antiche denominazioni storiche, alcune risalenti all’epoca medievale, a Torino ne son rimaste poche, a differenza di quanto è successo per altre città (la toponomastica romana, ad esempio, conserva decine di nomi suggestivi, davvero curiosi e strambi, spesso creati dal popolo stesso, e proprio per questo motivo di grande fascino). Peccato che a Torino, di quel modo pittoresco di chiamare le strade e le piazze non ci siano rimasti che pochissimi esempi,  come la Via delle tre Galline, la Via dei Mercanti (peraltro solo per un tratto, essendo un segmento della contrada recentemente dedicato a San Camillo de Lellis), la Via delle Orfane, e poche altre ancora.

Ma prima di chiudere questo articolo, vorrei ancora ricordare la tormentata e curiosa genesi del nome di una notissima ed elegante via torinese:  mi riferisco a via Cernaia.

La battaglia delle Cernaia e, a destra, la via torinese cui è stata titolata l’omonima battaglia vinta dell’Esercito sardo

Via Cernaia, anzi Via della Cernaia, venne intitolata così per ricordare l’omonima vittoriosa battaglia della Cernaia,  combattuta dall’Esercito Sardo in occasione della guerra di Crimea il 16 agosto del 1855. La Cernaia è un fiume che sfocia nel Mar Nero, e le sue sponde furono teatro di una dura e sanguinosa battaglia.  Il fatto curioso è che quel fiume non si chiamava (né si chiama) esattamente così: la corretta grafia del toponimo dovrebbe essere infatti “Čërnaja”,  o meglio:  “Čërnaja Rečka”, ovvero Fiume Cernaia. La grafia originale, tutto sommato, non è dissimile da quella italiana. Ma è la pronuncia russa che suona alquanto diversa: il termine dovrebbe essere più propriamente pronunciato “Ciòrnaia”, o – meglio ancora –   “Ciòrnaia Rièchka“. I Torinesi dell’epoca preferirono tuttavia adottare la pronuncia italiana. Quando si volle dedicare la strada torinese alla nota battaglia pare infatti che qualcuno avesse fatto notare che il toponimo, se pronunciato nella versione originale, sarebbe risuonato in modo troppo simile al termine piemontese “ciòrgna”. In effetti,  quand’è aggettivo, il vocabolo piemontese ciòrgna significa “sorda”. Ma come sostantivo assume un significato decisamente più negativo, se non addirittura da caserma: ciòrgna è infatti una donna moralmente abietta, ma quello è anche il termine con cui il popolino chiamava comunemente l’organo sessuale femminile.  Oggi sono rimasti in pochi a parlare, e persino a capire, il piemontese. Ma allora la lingua subalpina era parlata dalla maggior parte dei Torinesi. E quel termine sarebbe risuonato in modo troppo evocativo di pensieri… osé. Sembra allora che, in omaggio al puritanesimo e al garbo subalpino ancora dilagante nell’epoca, si sia preferito alterare un po’ la corretta grafia (ma soprattutto la pronuncia) del toponimo originale.  L’elegante contrada torinese porticata da un lato, si chiamò così Via Cernaia, e fu evitata per sempre ogni maliziosa allusione. Perché l’abbiamo detto: la toponomastica è una cosa seria.

 

Questi i versi che Sergio Donna ha dedicato alla rinomata strada torinese

 

Via Cernaia

Trapezi di cavi tra cielo e binari,
orditi di rame e di acciaio,
sopra il selciato lastricato di storia,
e trame di guerre e vittorie,
ad additare i confini di Ponente

del fiero Piemonte-Stato:
là dove s’erge maestoso
il granitico baluardo ridente
delle Alpi Cozie innevate,
che oggi scintillano al sole.

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.