C’era una volta la bachelite: diffusa fino a metà 900, oggi è sostituita da altre materie plastiche

Ci sono anniversari che sono destinati a passare sotto silenzio poiché fanno riferimento a persone o avvenimenti che non sono noti alla maggioranza di noi: sono “cose da specialisti”, forse è vero, anche se spesso si tratta di “cose” che hanno profondamente segnato la nostra cultura. Sulla scia di questi anniversari che rischiano di essere dimenticati, va posto quello che coinvolge il chimico belga Hendrick Baekeland che, esattamente un secolo fa, creò la bachelite (o bakelite). Un prodotto che i più giovani forse non hanno mai sentito nominare, perché loro sono cresciuti seguendo le evoluzioni di una materia che può essere considerata la figlia delle bachelite: la plastica.

All’innovativa sostanza che di fatto era una resina termoindurente, creata dalla condensazione tra fenolo e formaldeide, venne attribuito un nome che celebrava il suo inventore, il quale, senza fretta, la brevettò solo due anni dopo. La bachelite, per tanto tempo, è stata l’antesignana di tutte quelle materie (fino alle ecocompatibili) che hanno permesso di costruire tutta una serie di prodotti mandando in pensione legno, metalli e leghe. Soprattutto riducendo i costi.

Per la generazione dei sessantenni, la bachelite ha accompagnato gran parte della vita dei nonni, in parte quella dei genitori e appena un po’ quelle degli stessi figli degli anni Cinquanta. Si è rivelata fondamentale per costruire telefoni, radio, utensili da cucina, ma anche bottoni, bigiotteria e un’infinità di altri oggetti e parti da assemblare: tutta roba che oggi è finita tra i prodotti di antiquariato. A differenza della plastica, la bachelite aveva più personalità: certo non poteva permettersi troppe performance cromatiche e anche le forme sembravano poco inclini alle istanze del design, però dava un’idea di solidità e poi aveva un odore tutto suo. Unico.

Di certo ha legato il suo nome ad alcune grandi scoperte: la radio, per esempio. Le prime “radio galena”, apparecchi che a vederli oggi sembrano assemblati da un bambino alle prese con un “gioco intelligente”, riuscirono a trasformarsi in un prodotto nazional-popolore grazie alla bachelite. Quelle radio, che erano prototipi di qualcosa ancora non ben definito, uscirono dai laboratori per entrare nelle case con carrozzeria e telaio non più in legno, ma in bachelite.

La rivoluzione era in atto: fu soprattutto l’industria elettrotecnica a fare tesoro di quel prodotto innovativo, facile da lavorare, leggero e soprattutto altamente isolante. Ma per l’antenata della plastica non ci sono stati solo ruoli connessi al lavoro tout court, infatti con quel magico prodotto sono state realizzate “imitazioni” di alto livello: marmo, ambra, avorio, addirittura il corallo… Ma anche la bachelite aveva i suoi problemi: invecchiava… Ciò non accadeva a seguito dell’incedere delle nuove invenzioni, ma soprattutto per un’insita precarietà della materia. Infatti quel materiale che sembrava indistruttibile, con il passare del tempo si copriva di piccole e crepe, che ne minavano la struttura.

Attraverso quelle crepe si insinuarono altre materiale artificiali, come il ryon, il cellophane, il poliestere, il pvc, il nylon. “Plastiche” che non hanno avuto alcuna difficoltà nel mandare in pensione la vecchia e buona bachelite. Oggi, mentre tutti si dannano nella ricerca di prodotti che pur essendo artificiali, siano anche “naturali”, gli oggetti creati con il materiale inventato da Hendrick Baekeland e che sono ancora in circolazione, non lavorano più, hanno un posto nel mare magnum delle bancarelle di modernariato e c’è chi se li contende a suon di decine di euro. E dire che fino ad una cinquantina di anni fa quel materiale la faceva da padrone un po’ dappertutto, era la quotidianità per milioni di persone. Oggi è solo più la tenue immagine di come anche le cose cadano nel dimenticatoio, mentre le nuove leve della produzione tecnologica stordiscono il mondo con le loro prospettive.

Un dato è certo, ai tempi della bachelite, di inquinamento non se ne parlava ancora: almeno lei è andata in pensione senza quel peso sulla coscienza. Privilegio che nylon, poliestere ecc. di certo non avranno.

Massimo Centini

Classe 1955, laureato in Antropologia Culturale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Ha lavorato a contratto con Università e Musei italiani e stranieri. Tra le attività più recenti: al Museo di Scienze Naturali di Bergamo; ha insegnato Antropologia Culturale all’Istituto di design di Bolzano. Docente di Antropologia culturale presso la Fondazione Università Popolare di Torino e al MUA (Movimento Universitario Altoatesino) di Bolzano. Numerosi i suoi libri pubblicati in italiano e in varie lingue.