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Alla scoperta di un antico mestiere, tra cavagne, cavagn, cavagnin e cavagnòle

Le cento sfumature della lingua parlata dai nostri padri per i contenitori di vimini intrecciato. Molti vocaboli nascevano nelle botteghe di chi svolgeva gli “antichi mestieri”

TORINO. In italiano è più facile. Basta dire “cesta” o “cestino” è finisce tutto lì. Anche se qualcuno potrebbe obiettare che non è vero, perché esistono anche i panieri, i canestri, le gerle e forse qualche altro termine più specifico o sofisticato.

In piemontese, invece, c’è proprio da sbizzarrirsi, e bisogna stare attenti, perché c’è cesta e cesta, e c’è cestino e cestino. O meglio, così era una volta: ora è un po’ diverso, perché il piemontese ancestrale, quello parlato dai nostri padri, si sta via via impoverendo e le nuove generazioni, anche quelle di campagna, hanno ridotto all’osso il ventaglio dei vocaboli tipici, un tempo usati con proprietà certosina dai loro bisnonni e trisavoli.

Noi però non ci arrendiamo, e proviamo a rispolverare, se non proprio tutto, almeno in buona parte, il linguaggio usato dagli antichi cestai, i cavagné: un vocabolario spesso nato in bottega, con termini forgiati dagli stessi artigiani che praticavano l’antica arte dell’intreccio dei flessuosi rametti di vimini.

Intanto, come tutti sanno, “le cavagne” (ma c’è anche la variante maschile: ij cavagn) è il termine piemontese generico con cui nel Novecento venivano chiamate la ceste, cioè quei contenitori concepiti per la raccolta dell’uva, dei fagioli, del fieno, delle pannocchie, ecc.

Tra gli antichi mestieri c’è quello dell’intreccio delle cavagne

La caratteristica di una cavagna è quella di aver una forma oblunga alla base: una base molto più stretta rispetto all’apertura che la cesta presenta a livello del bordo superiore. Una cavagna può avere altezza e capacità variabile: la sua forma tende infatti ad allargarsi nella parte alta, un po’ come il calice di un fiore, ed è leggermente schiacciata sui fianchi. Sul bordo superiore, lungo la bisettrice più stretta, si diparte, ad arco, un robusto manico di sostegno che l’attraversa come un piccolo ponte.

C’è un modo di dire popolare legato alla cavagna, che recita così: “Lolì a l’è mach ël man-i dla cavagna” (letteralmente: “Quello è solo il manico della cavagna”). La locuzione popolare merita di essere approfondita, perché il suo significato può essere frainteso. Si usa per far capire che nella soluzione di un problema, un certo aspetto, un certo vincolo o una certa variabile del problema stesso, appare come elemento di scarsa portata se non addirittura ininfluente (o quasi). Quel modo di dire piemontese lascia intendere che, di una “cavagna”, ciò che conta è il contenuto trasportato, più che il suo manico. Una verità, che di primo acchito, può apparire tuttavia in contraddizione con la reale funzione del manico, funzione che invece non è assolutamente trascurabile, essendo ovvio che la sua struttura deve poter reggere il carico, e deve pertanto essere necessariamente robusta. Se così non fosse, per una elementare legge della fisica, non potrebbe adempiere alla sua specifica funzione di sostegno. Pensate, ad esempio, al danno che si verificherebbe qualora una cesta colma di pomodori dovesse cadere a terra perché il suo manico ha ceduto al suo peso. Ma tant’è. I modi di dire bisogna prenderli per quello che sono, e le verità di cui sono portatori non sono mai assolute. O quanto meno bisogna saperle interpretare.

Cavagne e cavagnin in vimini di diverse misure

Oltre ai già citati cavagn (“cavagne” più capaci), ci sono poi anche i “cavagnin” (m.), che non sono i pargoli di un cavagn e di una cavagna, ma dei piccoli cestini intrecciati ad hoc per fungere da contenitori multiuso: per accogliere fiori, ad esempio, o gli utensìli per il ricamo.

Il termine cavagna vanta anche un diminutivo femminile: è la “cavagnòla”, che veniva usata dai pescatori di fiume. Anche questi “cavagnin”, progettati appositamente per la pesca sportiva, erano di giunco intrecciato, ma avevano una forma allargata alla base, ed erano un po’ bombé al centro. Erano dotati di una cinghia, che ne consentiva il trasporto a tracolla. Avevano un coperchio incernierato sul lato superiore, sempre di giunco, che si poteva aprire e chiudere come un portello, per infilarci il pescato. Opportunamente ancorate sulla sponda con una cordicella ad una pietra o ad un ramo, le “cavagnòle” venivano spesso tenute nell’acqua corrente fino al termine della battuta di pesca, in modo che i pesci si mantenessero vivi il più a lungo possibile. Le prede più minute venivano invece infilate attraverso una piccola feritoia rettangolare, ricavata nel coperchio.

Un altro “cavagnin” con coperchio pieghevole era quello usato dai bambini che frequentavano l’asilo infantile, per conservarci lo spuntino del mattino (una mela, una banana, una merendina o un panino). In questo caso, il “cavagnin” era a forma di prisma rettangolare, oppure a forma di tronco di piramide rovesciata, ed era dotato di un piccolo manico pieghevole per il trasporto. Su una targhetta in alluminio, fissata sul coperchio, veniva spesso inciso il nome del bambino o un segno distintivo e personalizzato, in modo che i vari “cavagnin”, non si confondessero tra loro.

Una tipica cavagna per la raccolta di funghi

Il termine “cavagnin” ‒ che come è già stato accennato era usato per indicare un cestino multiuso di piccole dimensioni (in pratica, una piccola cavagna in miniatura) ‒ era dotato d’un ampio manico ad arco, sempre di giunco intrecciato, che i ricercatori di funghi o di fragole selvatiche, noci e castagne portavano con sé sottobraccio quando decidevano di avventurarsi nei boschi, armati di bastone, in vista di un raccolto proficuo.

Bene: la dissertazione sulle “cavagne” è terminata. Ci sarebbe ancora da parlare delle sëste, delle cavagnëtte, delle gòrbe (grandi ceste di vimini), delle gabasse (le gerle), delle gorbej (cestini per i fiori) e di altri termini ancora. Ma non voglio tediare il lettore, e preferisco, almeno per ora, fermarmi qui.

Sergio Donna

Torinese di Borgo San Paolo, è laureato in Economia e Commercio. Presidente dell’Associazione Monginevro Cultura, è autore di romanzi, saggi e poesie, in lingua italiana e piemontese. L’ultimo suo romanzo, "Lo scudetto revocato” è ispirato al presunto illecito sportivo che portò alla revoca del primo scudetto conquistato sul campo dal FC Torino. Come piemontesista, Sergio Donna cura da tempo le edizioni annuali di “Armanach Piemontèis - Stòrie d’antan”.

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