Alla scoperta della Rocca di Verrua, passando per il sito archeologico di Industria e i borghi di Brusasco e Tonengo

La fortezza di Verrua Savoia

VERRUA SAVOIA. Seguendo da Torino il corso del Po e la dorsale di rilievi diseguali, in prevalenza boscosi e segnati da ripe scoscese, che si protendono verso il Monferrato Casalese, si giunge al punto in cui s’intrecciano i confini di quattro province piemontesi, Torino, Asti, Alessandria e Vercelli. L’area è suggestiva, per l’alternarsi di ambienti diversi, i tratti di pianura attorno al fiume, con zone umide tutelate da riserve naturali, e la fascia collinare, propaggine settentrionale del Monferrato, che qui mostra il suo aspetto più selvaggio, per la minore incidenza dell’agricoltura.

Giunti in prossimità della confluenza della Dora Baltea nel Po, si scorge su un’altura impervia, dominante il corso del fiume, la fortezza di Verrua Savoia, che per lungo tempo sorvegliò i confini tra domini sabaudi e terre monferrine: del complesso rimangono il dongione, il palazzo del Governatore e parti di cinta bastionata. La rilevanza strategica del sito, legata al controllo fluviale, spiega l’interesse dei Savoia per la fortezza, infeudata dal 1534 ai biellesi Scaglia, poi conti di Verrua, che in più occasioni ebbe modo di dimostrare l’efficacia delle proprie difese.

Nel 1625 durante la guerra dei Trent’anni Verrua subì per 178 giorni, senza mai capitolare, l’assedio del duca di Feria, governatore spagnolo di Milano, ma fu soprattutto nel quadro della guerra di successione spagnola a svolgere un ruolo da protagonista. «Non mi stancherò mai di ripetere a vostra maestà che non si può immaginare un assedio a Torino senza aver preso Verrua»: così si esprimeva il duca di Vendôme che nel 1704/5, marciando con le truppe francesi verso la capitale sabauda, inflisse alla fortezza sette mesi d’assedio. La resistenza dei Sabaudi, che destò ammirazione in tutta Europa, fu provvidenziale nel ritardare l’avanzata francese in direzione di Torino.

La pieve romanica di San Pietro a Brusasco

Il territorio di Verrua, dal latino Verruca, che indica un luogo scosceso e poco accessibile, si compone di lembi di pianura, modificati nei secoli dallo spostamento del letto fluviale, che ancora nel primo Seicento lambiva le pendici del poggio fortificato, e di una fascia collinare, oggi boscosa, ma un tempo ricoperta di vigneti. Proprio per recuperare le tradizioni vinicole nel 2003 un gruppo di soci fondò a Verrua l’azienda Il Girapoggio, mettendo a dimora, sull’area di un vecchio impianto, la Vigna Nuova, con filari di Barbera e di Merlot disposti a girapoggio, cioè seguendo le curve di livello, tecnica che garantisce una maggiore tenuta a frane e erosioni.

Un particolare della pieve di San Pietro

Attiguo a Verrua, tra il Po e le colline, sorge il paese di Brusasco, che conserva tesori inaspettati. Nel cimitero si trova la pieve romanica di San Pietro, che fu parrocchiale sino a fine Cinquecento. L’edificio, originario dell’XI secolo, è documentato per la prima volta nei libri di decime della diocesi vercellese del 1298 come “capella Sancti Petri de Quaradola”, titolo che suggerisce una connessione con l’insediamento romano di Quadrata, sito nella zona di Verolengo aldilà del Po.

La chiesa, intatta nella struttura medioevale, mostra un’abside con i tratti tipici del romanico astigiano nell’alternanza di cotto e arenaria, nella ripartizione esterna in campiture e nelle monofore a doppia strombatura. Di notevole eleganza, nella parte superiore, è il loggiato cieco. L’interno, ad aula unica, presentava in origine una seconda navata sul lato nord, forse crollata già alla fine dell’XI secolo, come rivelato dagli archi e dai capitelli affioranti dalla parete.

La chiesa di Santa Fede a Cavagnolo

Seguendo le indicazioni per il castello di Brusasco, sulla collina, si giunge al cosiddetto borgo Garibaldi, meglio conosciuto come il Luogo, dal nome latino Lucus, bosco sacro. Qui, attorno alla piazzetta del borgo, si evidenziano le tracce dell’antico ricetto, sorto come appendice del castrum e cinto da mura nel 1388 al tempo di Teodoro II Paleologo. Delle due porte di accesso al ricetto, l’una è incorporata nel campanile settecentesco di San Bernardo, l’altra, porta San Sebastiano, è ancora integra. Magnifico è il castello, costruito ex novo nel Settecento come residenza dei conti Cotti, che lo circondarono di un vasto parco all’inglese, con la natura lasciata in apparenza libera di crescere e la presenza di segni architettonici capaci di suscitare sentimenti, in pieno clima Gothic Revival, come le false rovine, qui accostate ai resti autentici del vecchio castello, unite a richiami all’antichità greco-romana.

A due chilometri da Brusasco, nella valle dei Gobbi, sorge su un rialzo del terreno la chiesa abbaziale di Santa Fede di Cavagnolo, la cui fabbrica attuale, definita la “bomboniera del romanico piemontese”, è fatta risalire a un periodo compreso tra il 1070 e la fine del XII secolo. Nel testamento del marchese Giovanni II del Monferrato, datato 1372, viene indicata come priorato dipendente dall’abbazia di Sainte-Foy de Conques nell’Alvernia francese, principale luogo di culto di Santa Fede, che fu vittima delle persecuzioni di Diocleziano (303). La chiesa, nel cui cantiere lavorarono forse maestranze alverniati, si segnala nel panorama del romanico locale per l’importanza dell’apparato scultoreo, sviluppato in particolare attorno al portale d’ingresso. Qui, tra colonnine e capitelli, si addensano figure antropomorfe e zoomorfe, motivi vegetali e geometrici, in una fitta trama di richiami simbolici. Ai lati dell’arco sporgono due busti, forse raffiguranti Adamo ed Eva, e al di sopra due grifoni, mentre nella lunetta campeggia il Cristo Pantocratore in mandorla.

Il sito archeologico Industria

Nel nostro itinerario è compresa una tappa archeologica: nel vicino territorio di Monteu da Po si trova uno dei siti romani più importanti del Piemonte, Industria, sorto verso la fine del I secolo a.C.. L’insediamento, elevato al rango di municipium, venne fondato nei pressi del villaggio celtico di Bodincomagus, letteralmente “mercato sul Po (Bodinkos per i Celto-liguri)”, e il nome scelto, Industria, dalla tipica impronta beneaugurale, rispecchia la vocazione cittadina all’artigianato, in particolare la lavorazione del bronzo, e ai commerci, legati alla navigazione sul Po.

Gli scavi condotti nel Settecento per volere del re Carlo Emanuele III di Savoia e basati su una citazione di Plinio il Vecchio individuarono un’area monumentale che ospitava un importante polo religioso dedicato al culto di Iside e di Serapide. L’area sacra, costruita in età augustea e ristrutturata al tempo di Adriano, comprende l’alto podio dell’Iseon, il tempio dedicato a Iside, e un vasto spazio semicircolare porticato. Il culto tributato alla dea egizia Iside, assorbito dal sincretismo religioso ellenistico e portato dai Romani in Occidente, acquisì una connotazione misterica, con riti di iniziazione per i fedeli, di cui si trova evidenza nell’area sacra di Industria, che annovera le celle dei sacerdoti, la cella dove la statua della dea veniva mostrata agli adepti, gli altari per i sacrifici e gli ambienti per la raccolta delle offerte votive. Il declino di Industria cominciò dal III secolo d.C., sia per la crisi dei commerci, sia per l’avvento del Cristianesimo che pose termine al culto isiaco.

La chiesa di San Michele a Tonengo

Inerpicandosi sulle colline che sovrastano Monteu da Po si giunge infine al paese di Tonengo, composto da una manciata di case allineate lungo la strada principale. Il suffisso in -engo è indizio rivelatore dell’origine germanica del sito, che alcuni ritengono fondato dai Cimbri, dispersi dopo la sconfitta del 101 a.C. presso i Campi Raudii nel Vercellese, ma che potrebbe invece derivare da uno stanziamento longobardo. Nel territorio compreso tra Tanaro e Po, corrispondente al basso Monferrato, indicato sin verso la fine del X secolo come Iudiciaria Torrensis o Torresana, perché facente capo all’insediamento poi scomparso di Castrum Turris, tra Villadeati e Cardona, si registrò infatti dal VI secolo un infittirsi del popolamento longobardo, che lasciò traccia di sé nei toponimi in cui i suffissi in -engo, con le varianti -ingo e -ango, uniti a un nome personale, indicano la proprietà di un fondo. L’edificio più antico di Tonengo, sulla dorsale collinare verso Cocconato, è la chiesa di San Michele, parrocchiale del paese sino al XVI secolo, che conserva l’impronta medioevale nell’abside, risalente al XII secolo, poi rimaneggiata, in cui emerge come gradevole nota cromatica l’impasto color arancio chiaro dei mattoni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Barosso

Giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia. Collabora e ha collaborato, scrivendo di curiosità storiche e culturali legate al Piemonte, con testate e siti internet tra cui piemontenews.it, torinocuriosa.it e Il Torinese, oltre che con il mensile cartaceo “Panorami”. Sul blog kiteinnepal cura una rubrica dedicata al Piemonte che viene tradotta in lingua piemontese ed è tra i promotori del progetto piemonteis.org.